SENZA FINE - blog di Renata Rusca Zargar

SENZA FINE - blog di Renata Rusca Zargar

da AVAAZ: perché firmare le petizioni

societàPosted by Renata Rusca Zargar Fri, May 19, 2017 14:56:31
Cari avaaziani,

Ho una confessione assurda da fare. Ho fondato Avaaz, e non firmo molte petizioni.

Ogni volta penso “sì ok, ma che differenza fa se aggiungo anche la mia firma?”, mi sembra di poter fare cose più importanti, come far sì che le nostre petizioni arrivino con forza ai destinatari.

Ma meno male che il resto di noi non fa lo stesso ragionamento. Perché, certo, la 1.035.823esima firma non fa da sola la storia, ma quel milione di firme tutte assieme la possono fare. Quelle firme vengono da un milione di persone che sperano e che ci credono. Che vogliono fare la loro parte, non importa quanto piccola, per migliorare le cose. E senza queste scelte di ciascuno di noi, il nostro movimento semplicemente non esisterebbe.

E nella vita di tutti i giorni è uguale. Ognuno di noi può essere quello che salta la fila, che non vota, che evade le tasse, o ignora un amico in difficoltà. Ma non lo facciamo. Perché?

Perché questo è quello che siamo. Perché è la cosa giusta da fare. Perché siamo cresciuti imparando a voler bene e ad aiutare gli altri. Perché sappiamo che sarebbe un mondo molto peggiore se tutti smettessero di fare la loro parte.

Ho sempre ammirato la decenza delle persone in questo nostro movimento. Per me siete un insegnamento continuo. E riflettendo sul perché firmiamo, ho ripensato al fatto che non firmo molte petizioni. E mi impegno a firmare di più. A fare anch’io questo gesto semplice e collettivo che ci fa sentire uniti agli altri nell’avere speranza, nel prendersi cura, con quel particolare tipo di forza che è possibile solo quando siamo uniti.

Clicca qui sotto per leggere e unirti a una chat globale e multilingue sui motivi per cui ognuno di noi firma (e manda messaggi, condivide, chiama, dona, manifesta). Questi tempi richiedono da tutti noi un impegno per i bisogni della nostra comunità e del mondo -- trova ispirazione nei motivi per cui firmiamo e condividi il tuo:

Perché firmiamo

So che molti di noi sono ispirati e motivati nel vedere scorrere la lista dei nomi degli altri firmatari sulle pagine delle campagne. Lo sono anch’io. Ora ci troverete anche il mio nome.

Con gratitudine per questa comunità così bella e sorprendente,
Ricken e il team

PS: ovviamente le petizioni sono solo l'inizio delle nostre campagne -- e le campagne di Avaaz sono tra le più efficaci e strategiche al mondo, campagne che non accettano un "no" come risposta e che non mollano mai fino alla fine! Molti di noi vedono solo la petizione iniziale. La nostra pagina delle vittorie racconta come sono andate a finire tante storie iniziate con una semplice firma.


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IL DIALOGO SEMPRE! di Guglielmo Loffredi

societàPosted by Renata Rusca Zargar Wed, May 10, 2017 11:22:45
IL DIALOGO SEMPRE!

Questa frase significativa l'ho trovata scritta, la scorsa estate, in uno scontrino fiscale di una pasticceria. Mi era sembrata così fuori posto all'inizio; pensai ingenuamente che magari nello scontrino di una libreria avrebbe fatto migliore figura? Una sciocchezza ovviamente! Evitai di perdere tempo a valutare quale fosse lo scontrino migliore ad ospitare la frase. Successivamente mi soffermai sul forte sostantivo: "dialogo" accompagnato dall'avverbio "sempre". Il bisogno di dialogo oggi è divenuto necessario come il pane; a fronte delle chiusure umane, spirituali, culturali e politiche che ci assediano, ci dividono e ci possiedono. Ho la percezione, in questo periodo, che abbiamo rinunciato al coraggio delle idee, dei valori, dell'incontro. Senza il dialogo nessuna relazione tra persone, tra persone e istituzioni , tra sistemi politici-economici è destinata al successo. Il dialogo non è la somma aritmetica dei monologhi armati di ragioni e di equazioni. Ma il ponte sul quale possiamo incontrarci, edificato sulla Verità, Responsabilità e Rispetto di noi e dell'altro, su ciò che ci ha costruiti e su ciò in cui crediamo, sulle differenze e le somiglianze con l'altro noi in attesa di una Riconciliazione. Anche la storia ci aiuta a mantenere alto questo "sempre". Ad esempio possiamo ricordare che nella storia del dialogo tra Islam e Cristianesimo, Francesco d'Assisi e il Sultano di Egitto Malik al Kamil si incontrarono per la volontà indomita di Francesco nel Settembre del 1219, nei pressi del Cairo. Quella storica intesa, io credo, può essere riconosciuta anche oggi come modello di una pedagogia dell'incontro ostinata, irrinunciabile per la Pace nel mondo. In questo abbraccio Dio può avere nomi diversi ma è l'amore che attraversa il Bene Comune.

Guglielmo Loffredi

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SULLE MALATTIE DI IERI E DI OGGI... con un finendo in zanzare di Angela Fabbri

societàPosted by Renata Rusca Zargar Mon, April 24, 2017 16:34:56
SULLE MALATTIE DI IERI E DI OGGI…con un finendo in zanzare


di Angela Fabbri

Questo venerdì sono stata dal medico a fare le mie solite ricette bimestrali e gli ho accennato al pezzo sulle vaccinazioni.

Allora mi ha detto che il vaiolo è stato depennato dall'elenco delle malattie esistenti, mentre la polio esiste ancora con nuovi casi.

Gli ho detto che a me preoccupa soprattutto la meningite e lui mi ha detto che in Italia ci sono regioni dove il vaccino è gratuito (ad es. la Toscana) e altre dove non lo è...

Anche questo fatto andrebbe approfondito perché sappiamo bene di quell'endemia in Toscana, ma la gente viaggia enormemente più di un tempo e quindi porta involontariamente con sé il proprio bagaglio di salute e non-salute.

Del resto è conosciuto anche il disastro compiuto dagli esploratori-navigatori Europei, scopritori di nuove terre, dove la gente dei luoghi morì come mosche di malattie di cui ovviamente non possedevano gli anticorpi: nella seconda metà del 1800 la tubercolosi e il vaiolo riuscirono ad arrivare fino all’Isola di Pasqua ( che se ne sta più o meno a 2500 km dal Cile e a 2500 da Tahiti, proprio in mezzo all’Oceano Pacifico ).

Non solo, ma anche le migrazioni animali trasportano attraverso il cielo malattie espandendole, anche se lentamente, e poi magari a climi diversi le malattie stesse esauriscono la loro efficacia.

E non penso solo all'aviaria, ma anche alle zanzare.

Ricordiamo quelle la cui puntura è dannosa per il feto umano (brasiliane o mi sbaglio?), ma come al solito preferisco guardare molto più vicino: la zanzara-tigre esportata da Bologna a Ferrara.

Che noi avevamo già le nostre, come è ben noto...

E fra l'altro tutti gli anni mutano, le osservo spesso. Quest’anno abbiamo un modello elegante con ali ampie portate alte, lunghe e arrotondate in punta come i petali di un fiore…

Poiché non amo le zanzariere, che raccolgono subito le polveri fini che pullulano nell’atmosfera chiudendo i buchini e impedendo al vento di entrare e a me di respirare, di notte accendo un vecchio fornellino che, attirandole a una dolce morte, mi fa dormire tranquilla.

Per il resto del tempo, le invito a pranzo: ho scoperto che amano molto il mio vino e la mia marmellata, così, ciucche e con la pancia piena, mi pungono davvero poco…

(Angela Fabbri, Ferrara 23 aprile 2017)




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LETTERA FIRMATA

societàPosted by Renata Rusca Zargar Mon, April 17, 2017 10:38:16

HO RICEVUTO LA SEGUENTE LETTERA FIRMATA.
CHI VOLESSE METTERSI IN CONTATTO CON LA SIGNORA, PUO' SCRIVERMI E IO GIRERO' LE MAIL ALLA SIGNORA IN QUESTIONE (nota della blogger). Mail: rrzargar@gmail.com


Lunedì 13 marzo, ho ricevuto un voluminoso atto di precetto: ben 68 pagine. In seguito alla causa di lavoro persa con un medico per cui ho lavorato dal 1977 al 2008, costui reclama qualcosa come 15mila euro nel giro di dieci giorni. E' una cifra che non avrò né ora, né mai. E' a rischio seriamente il mio unico bene: il tetto che ho sulla testa, l'alloggio in cui vivo con gli animali che rappresentano la mia famiglia. Non ho stipendio, né pensione. Mi avvicino ai sessant'anni.

Lavoravo dal lunedì al venerdì dalle 13,45 alle 20-21 circa.

- Il 30.10.2008 sono stata licenziata dallo studio medico, senza alcun preavviso, con la motivazione di un calo dell’attività lavorativa. Ho impugnato il licenziamento nel novembre 2008, testimoniando, in quell’occasione, il pesante atteggiamento di mobbing subito per anni, producendo documenti e testimoni. Nata in ambito sindacale, la vertenza doveva essere vinta o mediata. Esisteva già la cassa integrazione per il dipendente unico e sarebbe bastata a salvarmi, permettendomi di navigare dignitosamente fino alla pensione.
All’udienza del 20.1.2010, il primo giudice mi ha riconosciuto la qualifica superiore di terza cat. Super A, e ha deciso di ascoltare i testimoni sulle ore in più in cui lavoravo. Dopo molti rinvii, i testimoni sono stati finalmente convocati e ascoltati il 12.5.2011, dal secondo giudice del lavoro, che ammise la tesi del mobbing. Purtroppo, nel giugno 2011, quel magistrato attento ai problemi dei lavoratori, è stato trasferito alla Corte dei Conti a Milano, e al suo posto è subentrato un collega, che all’udienza del 28.10.2011, senza ascoltare i testimoni restanti (ce n'erano altri quattro) ha respinto tutte le mie richieste e mi ha anche condannato per lite temeraria al pagamento delle spese.


Era l'inizio di una disavventura che sarebbe lungo narrare.

Posso produrre abbondante, circostanziata documentazione.

Lascio i miei dati in redazione per chi mi volesse\potesse aiutare. No a proposte di prestiti che non potrei restituire, o a esortazioni al perdono che per ora cadrebbero nel vuoto. Meglio un aiuto concreto o un silenzio rispettoso. Grazie.

Lettera firmata



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da MOSAICO Buona Pasqua

societàPosted by Renata Rusca Zargar Thu, April 13, 2017 11:57:15

http://www.mosaicochiavari.org/



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Costa Fascinosa affittata per il matrimonio del magnate indiano

societàPosted by Renata Rusca Zargar Mon, April 03, 2017 15:53:43


Genova - È la prima volta nella storia, almeno a quanto risulta a Neil Palomba, grande capo di Costa Crociere, che una nave (almeno di queste dimensioni) viene affittata per un party privato, per di più per quattro giorni con tanto di navigazione ed equipaggio al completo.

Ma è quanto ha deciso Adel Sayan, rampollo del magnate indiano Rizwan Sayan, fondatore e capo del potente gruppo edilizio Danube, attivo a Dubai (oltre 1 miliardo di fatturato). Adel sposerà la bellissima Sana Khan, attrice e modella, e per celebrare il matrimonio in modo indimenticabile ha deciso di affittare l’intera Costa Fascinosa, gioiello della flotta crocieristica del gruppo genovese, per quattro giorni.

Top secret sulla cifra sborsata per la festa, ma è evidente che sarà esorbitante. A bordo saliranno (ma solo a Barcellona, prima tappa della crociera) oltre mille invitati, per lo più star di Bollywood, il mondo dello spettacolo indiano e asiatico, poco noti in occidente ma popolarissimi dal Golfo Persico alla Cina. Si partirà il 5 da Genova.

La nave, che è una delle più grandi (oltre 114mila tonnellate di stazza lorda, più di una superportaerei nucleare della marina Usa) e più moderne del mondo, a sua volta avrà a bordo oltre mille uomini di equipaggio. La crociera seguirà i ritmi dei riti del matrimonio indù, con una festa di vigilia e la celebrazione vera e propria che avverrà al largo di Cannes. Ritorno ancora in Liguria, il 9 aprile, a Savona.

http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2017/03/23/ASWPZ2iG-matrimonio_fascinosa_affittata.shtml



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L’informazione si veste di rosa

societàPosted by Renata Rusca Zargar Mon, March 27, 2017 18:04:50

22/03/2017

http://77.81.236.91/content/l%E2%80%99informazione-si-veste-di-rosa

Come viene considerata in Italia la comunicazione di genere?
Oggi purtroppo esistono ancora ostacoli alla crescita professionale delle donne

Il giornalismo dell’altra metà del cielo? Purtroppo ancora oggi donne e giornalismo rappresentano un binomio imperfetto. Questo è quanto emerge da diversi sondaggi. Le cariche più alte, come quelle di direttore o caporedattore sono ricoperte da penne maschili quasi nel doppio dei casi rispetto alle colleghe donne. Ma esistono ancora ostacoli alla crescita professionale delle donne? Gli approcci alla professione variano a seconda del genere? E la realtà è diversa se a percepirla è un occhio maschile o uno femminile? Pare di sì.

In questo confronto cerchiamo di osservare le donne come soggetto e oggetto dell’informazione. Lo analizziamo in alcuni ambiti come la cronaca, lo sport, nell’informazione locale, come gestiscono la notizia in tempo reale e il tipo di linguaggio che occorrerebbe utilizzare per una corretta comunicazione di genere.

Per iniziare prendiamo spunto da una riflessione ci arriva dalla pubblicazione ‘Tutt’altro genere di informazione’, un manuale per una corretta rappresentazione delle donne nell’informazione, realizzato e curato dal Gruppo di Lavoro Pari Opportunità (PO) del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti (CNOG), sulla base di una ricerca quantitativa sulle prime pagine dei quotidiani e nei titoli dei TG all’interno di un’analisi di studio condotta nel 2015 dall’Osservatorio di Pavia.

Vi era già la consapevolezza che le donne, nei telegiornali e sui quotidiani, erano rappresentate poco e male, ma da questo studio emerge che le donne fanno notizia quasi esclusivamente se vittime di violenza. Solo in questi casi l'interesse per loro arriva al 48%. Sulle prime pagine di 102 quotidiani e nei sommari di 56 edizioni di telegiornali, la presenza femminile all'interno delle notizie è solo del 17% e le firme di donne sono il 20%, nonostante le colleghe rappresentino il 40% della categoria.

Ci introduce l’argomento Maria Ancilla Fumagalli che nel 2015 era una componente del Gruppo di Lavoro PO che ha realizzato il volume citato, attualmente giornalista e responsabile dell’informazione e comunicazione del Comune di Brugherio, Consigliera CNOG e Vicepresidente della Commissione Giuridica. La pubblicazione non vuole imporre regole, ma invita a un’approfondita riflessione per abituare le nuove generazioni a un linguaggio declinato al femminile, che esca dagli schemi a cui ci siamo abituati, con la consapevolezza che esistono altri modi molto più rispettosi delle donne e della corretta informazione.

- Ce ne parli brevemente?
«Tutt’altro genere di informazione è uno dei “quaderni” pubblicati a cura del CNOG sul sito www.odg.it che, come ben spiega il suo sottotitolo, vuole essere un “Manuale per una corretta rappresentazione delle donne nell’informazione”. Non è semplice però parlarne brevemente, proprio perché trattasi di un manuale e, in quanto tale, deve trattare i temi più importanti di un argomento difficile da perimetrare come l’informazione, tanto più quella “di genere”. In ogni caso ci provo.
La pubblicazione è il risultato di un progetto nato dalla constatazione, valida 2 anni fa come ora, che la stampa femminile si configura quale territorio resiliente all’interno di un contesto mediatico e sociale profondamente mutato dai new media, per via della sua capacità di proporre un’offerta integrata, con l’edizione a stampa e quella digitale complementari l’una all’altra. Oltre tutto si rivolge a un target che è oggi al centro di profondi mutamenti sociali, mai così negoziati o rinegoziati come negli anni più recenti, che hanno diffuso la consapevolezza delle numerose difficoltà che ostacolano il pieno raggiungimento delle pari opportunità.
Da qui gli obiettivi di analizzare i contenuti della stampa periodica femminile, al fine di ricostruire l’immaginario femminile da essa veicolato, attraverso un approccio socio semiotico andando ad individuare i modelli di donna trasmessi, i ruoli e le relazioni di genere, le tematiche proposte come interessanti per un pubblico eminentemente ma non esclusivamente femminile, i valori e gli stili di vita promossi.
Il manuale può essere anche un utile strumento per capire, almeno parzialmente, le ragioni per cui, a fronte di una profonda crisi della carta stampata, i periodici femminili appaiono ancora come un territorio capace di proteggere le sue lettrici e, perché no, i suoi lettori.
E’ strutturato in più parti: la prima è il risultato di un lavoro congiunto del Gruppo di Lavoro PO, che ha analizzato 15 quotidiani nell'arco di sette settimane, con l'Osservatorio di Pavia che, nello stesso periodo, ha condotto analoga analisi sui telegiornali. Da qui sono derivati casi di studio e linee guida per una corretta informazione. Non mi soffermerò tuttavia sui risultati quantitativi emersi sia perché già riportati in premessa sia perché andrebbero aggiornati.
E’ stata poi approfondita la "qualità", e da qui è scaturito che le donne vengono rappresentate spesso usando stereotipi che non sono mai neutri, ma si fondano sull'opposizione simbolica di donne e uomini, con le donne in posizione subordinata, o mettendo in atto un processo di svilimento trasmettendo un'immagine riduttiva attraverso dettagli non pertinenti e quasi sempre correlati alla sfera sessuale.
E’ recente il titolo 'Patata bollente' con cui Libero lo scorso 10 febbraio ha aperto in prima pagina con un articolo sulla sindaca di Roma Virginia Raggi scatenando reazioni di solidarietà bipartisan (per una volta finalmente tutti d’accordo), ma prestando il fianco a commenti generici come “La stampa ha superato ogni limite” o “Questa è l’informazione italiana” facendo di ogni erba un fascio.
Seguono poi nove interviste a direttrici e direttori di giornali e TG, a una senatrice scienziata, ad accademiche, a un semiologo e al fondatore dell’associazione Maschile Plurale. Tutti d'accordo nel non voler imporre "regole", ma convinti della necessità "di un cambiamento del punto di vista", come sostiene Mario Calabresi. Elena Cattaneo propone di "abituare le nuove generazioni a un linguaggio declinato al femminile"; Barbara Stefanelli afferma che "cambiano i ruoli e cambiano anche le parole che, a loro volta, spingono al cambiamento"; Ugo Volli dice che "scrivere femminicidio e non delitto passionale non è un espediente linguistico, ma una scelta culturale".
La chiusura del manuale è affidata a Stefania Cavagnoli, professoressa di linguistica e glottologia presso l'Università di Roma Tor Vergata, che indica qualche regola. Sono le regole che ci impone la nostra lingua, che prevede che le parole debbano essere declinate secondo il genere femminile e maschile: se il soggetto di cui parliamo è donna, è d’obbligo l’uso del femminile. E questo a dimostrazione che l’uso di una lingua non adeguata al genere e alla posizione che questo genere dovrebbe rappresentare nella sfera sociale e professionale contribuisca ad una costante sottovalutazione di competenze e ruoli con il rischio non così remoto di generare poi l’idea che la donna ricopra posizioni di molto inferiori rispetto all’uomo.

Queste le mie deduzioni:

le riflessioni sul genere femminile non possono essere trattate in modo isolato, separatamente da quelle sul maschile: i due sessi si influenzano attivamente, le esistenze si intrecciano in legami e contrasti, la condizione femminile e quella maschile sono legate indissolubilmente;
il genere è, dunque, un termine biunivoco e non univoco, è un codice binario, che implica reciprocità e dialettica costante, e riassume le relazioni e le interazioni fra donne e uomini, sempre in costante trasformazione. Donne e uomini insieme, perché il nostro essere al femminile o al maschile, si crea nelle relazioni sociali e nelle forme di riconoscimento reciproco.

Per concludere, intendo segnalarvi che il gruppo di lavoro PO non si è fermato al Manuale, ma ha proseguito nel suo percorso volto a dare sempre più spazio a un’informazione corretta e priva di pregiudizi, nella convinzione che occorre trovare “le parole giuste” quando si parla di violenza e femminicidio, mettendo al bando tutte le espressioni fuorvianti che attenuano o addirittura giustificano la gravità del fatto, quali “delitto passionale”, “raptus”, “pista sentimentale”, “gelosia”. Per questo, e anche per rendere più attuale ed esaustivo il decalogo dell'IFJ (International Federation of Journalists) che peraltro condivide, propone un Osservatorio permanente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, con una mail dedicata dove raccogliere segnalazioni sia di “cattive” che di "buone pratiche". Quindi, tutte le volte che sui mezzi d'informazione si parla di professioniste che rappresentano un'eccellenza nel loro settore di competenza, è doveroso prenderne atto e diffondere la notizia. La mail alla quale inviare le segnalazioni è: pariopportunita@odg.it».

Passiamo ora a parlare del giornalismo al femminile legato allo sport. Essere giornalista sportivo non sempre è facile. Se sei donna, ancora di piu’. Spesso la donna giornalista viene considerata come ‘meno competente’ rispetto al collega uomo, perché forse ritenuta meno appassionata di sport. E di esempi ne abbiamo parecchi. Un esempio tra tanti. Inter-Milan, partita di andata di Campionato 2015/2016, la giornalista Mikaela Calcagno si è sentita rispondere in maniera ‘accesa’ dall’allenatore del Milan in merito a una scelta tattica. Infatti, dopo il derby Inter-Milan la giornalista aveva intervistato il tecnico rossonero chiedendo il perché di una sostituzione. Domanda alla quale si è sentita rispondere: “Perché io faccio l'allenatore e lei la presentatrice".

- Domanda. Ma il tecnico avrebbe risposto in egual modo anche se il giornalista fosse stato uomo? Anche a voi sono capitate situazioni di questo tipo? Come avete reagito e cosa ne pensate al riguardo?

Sabrina Gandolfi (giornalista e conduttrice RAI Sport): «Non credo nei "titoli" declinati al femminile al fine di rendere la comunicazione più rispettosa del genere. Credo invece da sempre che il rispetto nasca principalmente dalle stesse donne. Troppo spesso si commette l'errore di guardare con diffidenza alla collega che ottiene una promozione o al capo donna. La consapevolezza del proprio essere è la chiave di tutto, ma ritengo sia altrettanto importante partire da qualche parte, in qualche modo, per cui dal principio "quote rosa" ad altri strumenti come il linguaggio, tutto serve per fare quel passo che conduca alla disinvoltura nel mondo del lavoro, alla serenità che non pone più domande sul sesso di appartenenza».

Irma D’Alessandro (giornalista e conduttrice Sport Mediaset): «Non mi è mai capitato, non ho mai dovuto affrontare situazioni di questo tipo in una maniera così palese. Credo anche grazie al fatto di avere una carriera divisa in più ruoli: inviato, conduttore, desk; quindi difficilmente identificabile come pura e semplice ‘presentatrice’.
Sull’episodio specifico, credo sia stata una brutta pagina di televisione e di educazione ma non l ‘unica. Ricordo una risposta molto scortese di Sinisa Mihajlovic, allenatore, a Vera Spadini , inviata di Sky.
In casi del genere,in attesa che ‘il sistema’ intervenga in tua difesa, l’unica arma immediatamente a disposizione è ‘avere l’ultima parola’ e mettersi sempre in condizione di averla. A mio parere, abbozzare per dimostrare ‘freddezza’ o ‘self-control’ può venir scambiato per inadeguatezza».

- Perché la donna viene spesso sottovalutata e quali sono, secondo voi, gli strumenti per cambiare questo immotivato ‘dogma’?

Sabrina: «Mi è capitata la scortesia, ma mai legata al fatto di essere donna (tranne da parte di qualche presunto tifoso). Sto per ripetermi, ma gli attacchi peggiori riferiti ad aspetto e affini, li ho ricevuti da donne. Gli uomini tendenzialmente, nel momento esatto in cui colgono la tua preparazione, cessano persino i propri pensieri sessisti. Le donne lottano ancora troppo tra loro per farlo contro un malcostume, una pessima tradizione.
Non mi sono mai sentita sottovalutata, ma so che capita a molte donne di frequente. Lo strumento principale per combattere questa stupida consuetudine è iniziare a lavorare sui bambini, sul loro percepire l'altro sesso e il proprio. Si sparecchia maschi e femmine, si fa sport entrambi, si coltivano le ambizioni di ciascuno, in egual misura, aspettativa e passione. Solo un ragazzo che cresce in una famiglia che educa alla parità di genere, consegnerà al mondo un essere umano, uomo o donna che sia».

Irma: «La ‘rivoluzione’ per cambiare il sistema è lenta ma progressiva. E comunque è un fatto di proporzioni: ci vorrà ancora tempo perché le donne in questo mestiere nei posti di comando e ruoli apicali, abbiamo la maggioranza, in termini di numeri, rispetto agli uomini. A Mediaset Sport, però, siamo messi piuttosto bene: i 2 migliori e più stimati inviati sul calcio internazionale (materia storicamente di dominio maschile) sono donne, il caporedattore centrale è una donna».

Anche la cronaca ha le sue ‘divergenze al femminile’. Non solo i fatti, ma anche le parole e le immagini che le accompagnano sono importanti per la costruzione delle notizie. Spesso, quando a fare notizia sono le donne, si assiste a un uso delle parole approssimativo o addirittura improprio. E ancora di piu’ nel giornalismo e in generale nel mondo dei media è importante che si colmi la lacuna di cultura e linguaggio di genere.

Annamaria Levorin (giornalista RAI e conduttrice del Tg3 nazionale), come si comporta la stampa al riguardo? Che tipo di linguaggio viene utilizzato oggi dai media? Perché il linguaggio diventa importante per definire l'immagine della donna?

«Anzitutto perché la violenza di genere è un problema culturale, dunque anche una questione di linguaggio: è attraverso la lingua, le metafore usate nel linguaggio comune, che prendono vita modelli culturali e stereotipi. E, come è noto, i media giocano un ruolo determinante nella formazione di un sentire comune, nella rappresentazioni di immagini e stereotipi, nella loro diffusione nel sociale. Basti pensare a come spesso la cronaca sulla violenza sulle donne viene narrata da quotidiani, telegiornali e nei talk show. A cominciare dalla descrizione dell’autore della violenza: ‘Ha agito in un raptus di gelosia’…‘Era depresso’….’Si sentiva tradito’…’Non accettava la separazione’… ‘Un delitto passionale’. Le parole pesano: Sono tanti gli errori del lessico giornalistico che, più o meno consapevolmente, portano ad una lettura talvolta giustificatoria del femminicidio, che finisce per essere derubricato ad una “reazione istintiva” dell’omicida ad una provocazione. Di contro è sulla vittima che la cronaca abbonda spesso di particolari legati al suo aspetto fisico, tanto inutili quanto pericolosi. Potrei citare una luna serie di esempi, ma direi che basta un fatto per descriverne complessivamente la portata: pensiamo al caso Pistorius, l’atleta paralimpico che nel 2013 uccise la fidanzata nella propria abitazione. La vittima, la modella Reeva Stenkamp, venne sbattuta da subito in prima pagina con aggettivi e pose scelte ad hoc per descriverne l’avvenenza: una selezione di scatti che ne ritraevano le curve, senza alcun rispetto per la vittima. Servizi talvolta farciti di particolari cruenti, scabrosi, futili e deontologicamente scorretti, incoraggiati da line e autori che puntano a fare audience, a dispetto dell’etica e della delicatezza che si dovrebbe sempre a un fatto che ha al centro una donna che ha subito violenza…».

Sempre riguardo all’importanza del linguaggio, nel trattare alcune argomenti piu’ delicati, soprattutto a carico di donne minorenni, è stata utilizzata dai media la definizione “le baby squillo dei Parioli”. Qui manca la tutela dell’immagine del minore e soprattutto viene messo in secondo piano il ruolo degli uomini che ‘sfruttavano’ queste ragazze. Annamaria, questa è cattiva informazione o è una semplice ‘fotografia’ di quanto accaduto? E’ eticamente e deontologicamente corretto attribuire questi appellativi?

«Il caso che hai evocato è assolutamente emblematico. Sulla vicenda dei Parioli, carta stampata e televisioni hanno fatto ampio ricorso a titoli volgari e stigmatizzanti, violando sistematicamente il codice deontologico e il buon senso. Una sorta di gioco, di ricerca del titolo d’effetto, che hanno finito con il generare -o quantomeno rafforzare- nell’opinione pubblica un pensiero arcaico e che si vorrebbe superato, che vuole la donna responsabile della stessa violenza da essa subita. ‘Baby-squillo’, letteralmente prostituta bambina. Una bambina che fa sesso a pagamento. Si stilla così il dubbio che si tratti effettivamente di violenza su minore. Ammorbidendo il ruolo dell’adulto, che cerca una ragazzina per far sesso. Che passa da ‘pedofilo’ a ‘cliente di una prostituta’. Una scelta aberrante e irresponsabile. Un buon giornalismo, al contrario, avrebbe dovuto porre l’accento sullo spaccato sociologico, sul vuoto di valori di cui fanno la spese soprattutto i giovani. Occorre dunque un’adeguata formazione -dei giornalisti e di chi opera nel mondo della comunicazione- all’uso consapevole e rispettoso del linguaggio e della lingua di genere, che diventa ancora più urgente quando il fatto di cronaca ha per protagonisti i minori. Le linee guida dettate dalla carta Di Treviso sono chiare. Tuttavia non ancora sufficienti».

Francesca Santolini (giornalista de Il Giorno e Consigliere CNOG), come contrastare gli stereotipi di genere? Come ti rapporti con l’intervistato/intervistata?

«Gli stereotipi di genere si combattono non lasciandosi condizionare. Ad esempio, non importa se mi trovo ad intervistare un uomo o una donna, in quel momento, la persona che ho davanti a me è senza sesso. Solitamente si parla di lavori, professioni che proprio per la loro neutralità non devono essere condizionati dal genere o dagli impegni famigliari. Certo, non bisogna cadere nella retorica e chiedere, per esempio, in caso di donne che rivestono incarichi politici “come si può far coincidere casa e carriera?”. In quel caso sarei proprio io a creare disparità di genere. Ovvio, con questo non intendo dire che non ci siano differenza tra uomo e donna, ma che ci sono ambiti in cui il sesso non deve condizionare l’autorevolezza di un ruolo».

Francesca, coniugare il genere nelle posizioni di potere è una cosa che spesso irrita i maschi, ma suscita delle reazioni negative anche da parte delle donne. Ministra, assessora, segretaria generale e via dicendo. Spesso appare come una forzatura inutile o no?
«Non amo usare il femminile nei nomi che solitamente si declinano al maschile, non mi piace e spesso sono cacofonici. Personalmente, inoltre, non credo che il termine Ministra sia un valore aggiunto al ruolo che, in questo caso una donna, ricopre. Però, se questo servisse a sensibilizzare le coscienze verso un atteggiamento migliore nei confronti del genere femminile ben venga l’utilizzo della declinazione in rosa di tutte le parole. Penso anche sia una questione di mentalità: sono cresciuta in un’epoca, e in una famiglia, in cui la differenza di genere non ha inciso sul mio agire o sul il mio pensiero e quindi non mi condiziona nello scrivere o nell’intervistare. Detto questo, ribadisco che posso condividere e utilizzare alcuni vocaboli, anche se cacofonici, per sposare la battaglia per la parità di genere a patto che , questa, non sia strumentalizzata da alcune frange che dietro la parola parità celano invece, un femminismo esasperato».

E questa tematica non manca nemmeno nell’informazione locale. Il linguaggio di genere non sempre viene rispettato. Quando lo si fa, spesso viene considerato come ‘strano’, anomalo, ‘che suona male’. «Se il giornalismo ha un futuro, ce l’ha partendo dall’informazione locale». A maggior ragione le notizie devono essere ben dettagliate e occorre approfondire i fatti legati al territorio. E anche il linguaggio deve essere uno strumento ben utilizzato.

Monica Guzzi (giornalista de Il Giorno Monza Brianza), a livello locale, come si affrontano le grandi tematiche? Come si imposta e sviluppa la notizia? Essere una giornalista donna preclude in qualche modo la ricerca di informazioni?

«Penso che essere una giornalista donna sia una risorsa. Lavoro al Giorno da 27 anni e mi sono occupata di tutto, soprattutto all’inizio, quando la redazione di Monza era un semplice ufficio di corrispondenza. Le donne generalmente sanno essere empatiche e non fanno fatica a mettersi nei panni dei loro interlocutori. Sanno entrare nelle storie che raccontano senza difficoltà, perché affrontano ogni questione a 360 gradi. Sanno coltivarsi le loro fonti e raramente sono aggressive. Personalmente lavoro benissimo con le colleghe donne, in redazione e fuori. Di tutte apprezzo la capacità di organizzarsi. Siamo tutte donne acrobate, costrette a fare i salti mortali fra figli, casa e lavoro: da questa consapevolezza spesso nasce una vera solidarietà che va oltre la professione».

Raccontare un femminicidio non è una cosa piacevole, anzi. Ma bisogna. Perché è comunque un fatto di cronaca. Monica, ma se un uomo uccide una donna, è perché era in preda a un raptus (e quindi lo si giustifica perché è un gesto involontario) oppure perché è uno stalker (dove vi è la consapevolezza del gesto)? Dove cogli più “disattenzione” nei confronti delle donne, nei titoli, nei testi oppure nelle immagini?

«In questi ultimi anni la mia battaglia personale è incentrata sul linguaggio di genere. Siamo ad una svolta in cui la forma è anche sostanza, ma non tutti i colleghi sono sensibili al problema. E così per molti scrivere sindaca o assessora al posto di sindaco o assessore anche quando si tratta di cariche femminili è solo un semplice vezzo vetero femminista. Io allora insisto e tiro fuori il solito esempio dall’enciclopedia Treccani: sindaco è un sostantivo maschile che al femminile prende la a, perché il neutro lo lasciamo ai latini, nella nostra lingua moderna non esiste. E allora devi stare a spiegare ad ognuno che magari sindaca fa impressione solo perché per anni i sindaci sono stati maschi: al femminile non veniva usato perché non serviva, non perché non esisteva. E ogni volta tocca indossare i panni della professoressa saccente e salire in cattedra. I nostri giornali in gran parte non sono pronti e nelle stesse pagine sindache e sindaci continuano a convivere tranquillamente… Stessa cura, perché le parole sono importanti, serve quando si descrivono i delitti più brutali, quando si ha a che fare con minori o quando si parla di femminicidi. Innanzitutto penso che nella civiltà dell’immagine sia fondamentale fare molta attenzione alle foto che si pubblicano, perché, se accanto al titolo di una donna uccisa dal marito, mettiamo la foto di una ragazza discinta e poi magari aggiungiamo pure “tragedia della gelosia” non facciamo un buon servizio alla verità. I femminicidi sono delitti e gli autori sono assassini. Stiamo attenti, quando raccontiamo le storie di queste povere donne, a evitare termini come “raptus” o “gesto di follia”, perché sono termini che rischiano di giustificare quello che è solo un barbaro omicidio».

La riflessione sull’uso della lingua di genere nella stampa ci suggerisce che, nonostante per l’italiano non sia ancora una priorità utilizzare un linguaggio sempre di genere, la sensibilizzazione al tema in atto in questi ultimi anni, ha permesso che la lingua della stampa si muovesse più velocemente di altri linguaggi, come per esempio quello giuridico. L’oscillazione è comunque un fenomeno positivo, ma sicuramente destabilizza chi legge, soprattutto quando non c’è uniformità di denominazione nemmeno all’interno dello stesso articolo. Spesso si verifica infatti una non-uniformità fra il titolo e il testo, in cui si trova il sostantivo al femminile. Cerchiamo tutti quindi di dare una maggiore importanza a un linguaggio di genere in tutti i mezzi di comunicazione. Anche perché la donna puo’ arrivare molto lontano. Soprattutto dal punto di vista professionale.





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8 Marzo GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DONNA

societàPosted by Renata Rusca Zargar Mon, March 06, 2017 16:59:48

https://terredeshommes.it/

8 marzo, GIORNATA INTERNAZIONALE della donna

Regala una mimosa alle ragazze del Perù

L’8 marzo è la giornata dedicata ai diritti delle donne, troppo spesso violati nel mondo. Aiutaci a celebrarla con un gesto di attenzione e solidarietà alle bambine e alle ragazze, donne di domani, che ogni giorno salviamo dalla violenza e dallo sfruttamento in Perù.
Offri a una bambina ex schiava domestica il sostegno psicosociale delle nostre operatrici per farle ritrovare la gioia dell’infanzia.


Regala un corso di pasticceria a una ragazza ex schiava domestica. Le darai la possibilità di diventare protagonista del suo futuro, rendendola libera dallo sfruttamento.Regala 2 paia di scarpe (estive e invernali) a una bambina delle Ande, in condizioni di estrema povertà e a rischio di sfruttamento.



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MOSTRA "I CRISTIANI: LA MINORANZA PIU' PERSEGUITATA DEL MONDO" a Savona

societàPosted by Renata Rusca Zargar Wed, March 01, 2017 16:55:22

La mostra "I CRISTIANI: LA MINORANZA PIU' PERSEGUITATA DEL MONDO"

sarà inaugurata

DOMENICA 5 MARZO ORE 10,00,
presso il CHIOSTRO DEL CONVENTO DEI PP. CARMELITANI SCALZI, VIA UNTORIA, SAVONA
Interverrà Stefano D'Orazio, responsabile per il NordOvest di ACS (Aiuto alla Chiesa che Soffre).


LA MOSTRA RESTERA' APERTA FINO A DOMENICA 19 MARZO.

L’orario è dalle ore 9,30 alle 12 e dalle ore 16 alle 19.



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LA RINCORSA AI 90 ANNI

societàPosted by Renata Rusca Zargar Wed, March 01, 2017 10:26:17

23.2.2017 - Il dossier sulla longevità. La rincorsa ai 90 anni. Cresce l'aspettativa di vita. Le donne coreane in cima alla classifica. Nel gruppo di testa, alla nona posizione, ci sono anche le italiane. Gli uomini sono alla rincorsa della controparte femminile: si conteranno sempre più «oldest old» come dicono gli anglosassoni, i «vecchi più vecchi», in Corea, ma anche in Italia. «Pesano le nostre abitudini» .

di Adriana Bazzi/corrieredellasera

23.2.2017 - Nel mondo benestante sempre più persone, da qui al 2030, raggiungeranno e supereranno la soglia dei novant'anni di vita. In cima alla classifica ci saranno le donne sud-coreane, seguite dalle francesi e dalle giapponesi. Nel gruppo di testa, alla nona posizione, ci sono anche le italiane. Gli uomini sono alla rincorsa della controparte femminile: si conteranno sempre più «oldest old» come dicono gli anglosassoni, i «vecchi più vecchi», in Corea, ma anche in Italia. E le differenze fra le aspettative di vita fra i due sessi si ridurranno, un po' dappertutto.
La nuova fotografia della popolazione degli anni a venire, nei 35 Paesi più industrializzati, è stata scattata da uno studio pubblicato sulla rivista inglese Lancet e condotto dall'Imperial College di Londra con l'Organizzazione mondiale della Sanità. Uno studio ricco di dati che ha voluto capire quali Paesi avranno le performance migliori nell' aumentare le loro aspettative di vita. E le peggiori. Chi migliorerà di più sarà, appunto, la Corea seguita dalla Francia e da alcuni Paesi dell' Est Europa, come la Slovenia. L' Italia è ai primi posti, ma siccome vanta già un ottimo standard per quanto riguarda la vita media della popolazione (attualmente è 85 anni per le donne e 80 per gli uomini) potrà migliorare nel raggiungimento della soglia dei novanta, ma meno degli altri.
Chi se la vede male sono gli Stati Uniti, l' unico Paese fra i più ricchi a non avere un sistema sanitario universale per la popolazione (sta per essere smantellato l'Obamacare, il programma di assistenza costruito dall'ex presidente Barack Obama). E anche la Gran Bretagna, dove il vantato National Health Service sta facendo acqua da tutte le parti. Per dire: un italiano vive mille giorni in più rispetto a un inglese.
«Centoventi anni è la durata massima della vita, secondo le ultime ricerche - commenta Carlo Vergani, geriatra dell'Università di Milano -. Possiamo cercare di avvicinarci il più possibile a questo termine, determinato da un mix di genetica e comportamenti, modificando soprattutto gli stili di vita (buona alimentazione e attività fisica) che incidono almeno per il 30% sulla mortalità. Sulla genetica non si può intervenire». La scalata alla longevità dei coreani si basa proprio sul fatto che seguono una dieta salutare e hanno un basso tasso di obesità (principale fattore di rischio di malattia). Tutto il contrario degli americani, fra i più obesi al mondo. Ci sono motivi di ottimismo per guardare al futuro, ma ci sono anche problemi connessi a questa nuova futura realtà. «I dati di Lancet per l' Italia sono in linea con quelli dell' Istat - conferma Gianpiero Dalla Zuanna, senatore e professore di Demografia all' Università di Padova -: l' età media, 88 anni per le donne e 83 per gli uomini, si alza perché più persone arrivano a 90 e passa anni». Di fronte a questa situazione si dovranno ripensare i termini del pensionamento e l' assistenza per la popolazione che invecchia, non senza patologie: un conto è la quantità della vita, un conto è la qualità, spesso compromessa da patologie legate all'invecchiamento. «Occorrerà andare in pensione più tardi e riorganizzare il lavoro in base alle capacità di queste persone - commenta Dalla Zuanna -. Abbiamo recuperato almeno dieci anni di vita in salute rispetto al passato». Che vanno reinventati.





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NON BISOGNA SMETTERE DI ESSERE CURIOSI

societàPosted by Renata Rusca Zargar Wed, March 01, 2017 10:21:12
Lo psicoanalista. - «Non bisogna smettere di essere curiosi» Ammaniti e la quarta età. «Ormai la "quarta età" si individua dagli 80 anni in poi con l'aumento della vita media in Italia. Una crescita che cambia radicalmente lo scenario sociologico italiano».

di PAOLO CONTI/corrieredellasera

28.2.2017 - «La vecchiaia è una grande occasione che la vita può regalare. È un momento in cui si può serenamente tirare le fila dell'esistenza, compiere un bilancio ripensando col giusto distacco alla gioventù e alla stessa maturità. Come scrisse lo psicoanalista e filosofo James Hillman, la personalità di un individuo matura pienamente solo in vecchiaia». Massimo Ammaniti, psicoanalista e psicopatologo, professore onorario alla Sapienza di Roma, ha appena pubblicato per Mondadori La curiosità non invecchia. Elogio della quarta età (138 pp., 17 euro).
Un viaggio in una nuova e crescente realtà della nostra società: quella «quarta età» sempre più popolata da anziani che hanno superato spavaldamente gli 80 anni e spesso proseguono, con vitalità e interesse, ancora per molto tempo (come ha dimostrato la recente inchiesta del Corriere sui novantenni di Adriana Bazzi ed Elvira Serra). Conferma Ammaniti: «Ormai la "quarta età" si individua dagli 80 anni in poi con l'aumento della vita media in Italia. Una crescita che cambia radicalmente lo scenario sociologico italiano».

Così si legge a pagina 108 del libro: «Di certo la curiosità, ossia il desiderio di fare nuove esperienze e di ampliare le proprie conoscenze, è un potente incentivo nella specie umana e può continuare a esercitare la sua forza anche quando si invecchia, come stimolo a tenere gli occhi aperti sul mondo e a non rinchiudersi nelle proprie abitudini e nei propri rituali». Spiega, stavolta a voce, Ammaniti: «Il pericolo è che un anziano si ripieghi su se stesso. Dia per scontato ciò che lo circonda. Finisca per dirsi: "Tanto la vita è questa, è ciò che so e ho già vissuto, non devo aspettarmi nulla di nuovo". In questo modo, l' universo dell'anziano si rimpicciolisce, ci si riduce a un' esistenza costretta in piccole abitudini».

Un pericolo che riguarda anche il rapporto con gli altri, spiega il professore: «Nella migliore delle ipotesi si arriva alla solita espressione "eh, ai miei tempi, questo non succedeva". Nella peggiore, l'atteggiamento diventa critico a priori verso la contemporaneità. C' è di più. I rituali ripetitivi, e anche l' assenza di qualsiasi stress, riducono le capacità reattive della mente e tolgono energie intellettive. Gli stessi circuiti cerebrali vengono sacrificati. Per fare un esempio visivo, è come se da un panorama sparisse qualsiasi rilievo e tutto si riducesse a una monotona, piatta pianura».
E invece ecco un antidoto non chimico e persino gratuito: la curiosità. Uno strumento, assicura Ammaniti, che può garantire anche un fertile patto generazionale: «Quando si è avanti con gli anni, si può instaurare un bellissimo rapporto con i più giovani, in particolare con i nipoti. I nonni non hanno più la pretesa di educare, di indirizzare, di giudicare, come avviene tra genitori e figli: un rapporto spesso reso difficile dalle imposizioni e dalle punizioni. Un anziano invece può correlarsi con i ragazzi trasmettendo il senso distillato e meditato della propria esistenza: e dai giovani, a sua volta, può ricavare un grande nutrimento per la propria curiosità del nuovo». Un dialogo utile per entrambi, anziani e giovani: «I primi saranno così in grado di comprendere meglio gli aspetti di un mondo in costante cambiamento, invece i giovani potranno liberarsi dalla fredda schiavitù di Wikipedia e, per esempio, ascoltare da un testimone diretto cosa sia stata la Seconda guerra mondiale, come fosse una vita di paure, di sacrifici e di ristrettezze». L' essenziale, suggerisce Ammaniti, è rimanere aperti alla curiosità. Cioè, semplicemente, alla vita e alle sue mille sorprese.



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Incontro a Savona con Yvan Sagnet

societàPosted by Renata Rusca Zargar Mon, February 27, 2017 11:43:52

Incontro con

Yvan Sagnet
cavaliere della Repubblica per essersi ribellato ai caporali

Alessandro Armando
referente del Progetto Saluzzo Migrante
l'esperienza di Caritas Saluzzo con i migranti impiegati stagionalmente nel lavoro agricolo

promosso dal Coordinamento provinciale di
Libera per
venerdi 3 marzo, alle 21,
presso la Sala Cappa, in via dei Mille 4
Savona

pagina Facebook: https://www.facebook.com/events/753160968186795/



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Il Congresso dell’Auser provinciale evidenzia la fecondità del volontariato savonese

societàPosted by Renata Rusca Zargar Sat, February 18, 2017 17:11:13

Il Congresso dell’Auser provinciale evidenzia la fecondità del volontariato savonese

Savona. Il 16 febbraio 2016, si è tenuto il Congresso provinciale Auser di Savona. Lo scopo dei lavori era, intanto, di consolidare una lunga storia (l’Auser nazionale è stato fondato da Bruno Trentin nel 1989 e quello savonese da Tommaso Minuto, già presidente per venti anni) ma soprattutto di ascoltare la voce degli iscritti, di valutare il lavoro svolto e di individuare le linee strategiche per gli anni successivi, oltre che di rinnovare il Consiglio direttivo.

L’Auser è l’Associazione per l’invecchiamento attivo, cioè è un insieme di persone, in gran parte anziani, che, con il loro volontariato, aiutano altri anziani e categorie di persone meno avvantaggiate a vivere meglio. Aiutando gli altri, però, essi stessi si mantengono sani e attivi più a lungo.

La Presidente provinciale uscente, Dominica Piccardo, ha preso la parola nell’ampia sala del Centro Commerciale Il Gabbiano di Savona gremita dai delegati e dagli invitati. “Il numero dei presenti, - ha detto- nonostante alcune assenze per malattia, denota che l’Associazione è in buona salute”.

In questi anni, il clima sociale, sia in Italia che in Europa, non è semplice, siamo stremati da una profonda crisi economica unita a un flusso migratorio senza precedenti. È un mondo profondamente diseguale dove trovano terreno fertile i fanatismi religiosi.

Il volontariato, di cui Savona è ancora ricca, è molto importante e deve essere partecipazione dei cittadini, incontro generazionale portatore di valori.

Purtroppo, la nostra provincia è diventata area di crisi complessa, a causa del grave depauperamento industriale ed economico. La nuova amministrazione comunale, inoltre, ha segnato una svolta di discontinuità dalla precedente, tagliando i fondi ai servizi sociali. Auser è stata così costretta a sospendere le attività degli ambulatori e delle biblioteche scolastiche.

Ma i cittadini, oltre che come volontari, possono aiutare l’Auser con la sottoscrizione del 5 per mille.

L’avvocato Isabella Sorgini, già stimata Assessore ai Servizi Sociali di Savona, ora assistente parlamentare dell’onorevole Anna Giacobbe, ha spiegato che è stato istituito un gruppo parlamentare trasversale per discutere dell’invecchiamento attivo, visto l’aumento dell’età media del popolo italiano.

La parte più cospicua della giornata, però, è stata valorizzata dagli interventi, spesso emozionanti, dei responsabili delle tante attività dell’Auser. Così si è parlato del Filo d’Argento, che segue gli anziani parzialmente autosufficienti e soli: essi vengono accompagnati a visite mediche, esami clinici, ma anche al cimitero o alla spiaggia attrezzata. I volontari si prestano per le loro commissioni o anche solo per compagnia…

Nei vari Centri Auser, dislocati in Savona ma anche in diverse località della provincia come Albisola, Pietra Ligure, Finale, Celle, Quiliano, Vado, i soci possono giocare a carte, a tombola, e non solo! Ogni centro organizza attività culinarie, di ginnastica dolce, corsi di computer, letture e scrittura creativa, oltre a recarsi con i loro gruppi di canto ad alleviare la pesantezza delle strutture per anziani.

Poi c’è il Piedibus, per cui alcuni volontari accompagnano i bambini che vanno a scuola con il bus, come ad esempio, su quello che parte da Savona centro e che, con varie fermate, arriva alla scuola elementare del Santuario. In questo modo, i genitori che lavorano possono sentirsi tranquilli.

Inoltre, c’è il Pedibus, che accompagna i piccoli alunni a piedi, mentre Tandem si occupa di aiutare gli studenti in difficoltà nelle materie scolastiche.

L’attività più estrosa è sicuramente “Arcobaleno Dance”, un gruppo che ha creato una simpatica danza di gruppo ammaliante e che si esibisce a feste e incontri vari.

Non manca la Biblioteca di Libromondo, una biblioteca formativa su pace, ambiente, intercultura, che si rivolge agli studenti di ogni ordine di scuola, il turismo, con le gite di uno o più giorni, e pure il gruppo delle camminate.

Insomma, c’è un po’ di tutto (http://www.auserliguria.it/savona/index.aspx)!

La conclusione della giornata, fertile di quella che si può chiamare “vita vera”, è stata di Ileana Scarrone, già presidente provinciale, ora presidente regionale, che ha idealmente abbracciato con affetto i presenti che tanta passione e dedizione hanno espresso nelle loro relazioni.

È stato quindi, approvato il nuovo direttivo e, infine, il neo eletto direttivo ha riconfermato l’ottima presidente provinciale Dominica Piccardo.


http://www.ivg.it/2017/02/auser-savona-congresso-provinciale-conferma-piccardo-alla-presidenza/

http://www.liguria2000news.com/savona-dominica-piccardo-confermata-presidente-provinciale-dal-congresso-auser.html

http://www.savonanews.it/it/2017/02/18/leggi-notizia/argomenti/attualit/articolo/congresso-provinciale-auser-di-savona-invecchiamento-attivo-attraverso-il-volontariato.html



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Le violenze sessuali di capodanno fatte dagli immigrati di Francoforte non sono mai successe

societàPosted by Renata Rusca Zargar Sat, February 18, 2017 14:04:16
Le violenze sessuali di capodanno fatte dagli immigrati di Francoforte non sono mai successe


L'assalto sessuale di massa nella notte di capodanno a Francoforte nel 2017 non è mai successo. La Bild, il quotidiano più venduto in Germania che ha pubblicato la notizia di un tentativo di violenza sessuale da parte di un gruppo di immigrati, si è scusata con i lettori e ha ammesso l'errore.

L'inchiesta nata all'indomani delle denunce condotta dalla polizia tedesca non ha trovato riscontri oggettivi. "Le accuse sono prive di fondamento" si legge in una dichiarazione della polizia di Francoforte pubblicate martedì 14 febbraio, "ed è il risultato di una indagine approfondita e completa".

Il tabloid tedesco è stato il primo a sostenere, il 6 febbraio scorso, che un gruppo di richiedenti asilo nordafricani avrebbe tentato di violentare delle ragazze tedesche a Francoforte, durante i festeggiamenti per la fine dell'anno. La notizia è stata subito
rilanciata su tutti i social media, sull'onda emotiva dei fatti di Colonia di un anno prima che invece sono avvenuti e non sono in discussione. "Ci dispiace, chiediamo scusa ai lettori"


Secondo la ricostruzione del quotidiano, a Francoforte durante la notte di Capodanno 50 richiedenti asilo si sarebbero ammassati sulle strade dello shopping cittadino entrando poi in massa in un bar per assalire un gruppo di donne. Bild riportava un'intervista alla titolare del bar che raccontava l'episodio. Ma la polizia ha accertato che "dagli interrogatori di testimoni e clienti abituali, è emerso che la donna ad aver rilasciato l'intervista quella sera non era nemmeno in città".

La donna, Irina A. aveva raccontato al tabloid tedesco che "almeno 50 uomini dall'aspetto arabo o nordafricano" la notte di San Silvestro avevano assaltato numerose donne in una nota via della "nightlife" francofortese. Una specie di replica, in sostanza, di quanto era accaduto a Colonia. La stessa Irina A. aveva sostenuto di esser stata tra le vittime degli assalitori. Il gastronomo aveva definito, ai reporter di un altro giornale, che si era trattato di una "Colonia 2, solo piu' in piccolo".
"La redazione di Bild si scusa per questa notizia sbagliata e inesatta, ma soprattutto per le accuse contro gli interessati. Questa segnalazione non corrisponde in alcun modo alle norme giornalistiche di Bild" sono state le scuse del quotidiano tedesco ai propri lettori.




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“Ci vogliono solo velate”, le giovani musulmane boicottano la tv italiana

societàPosted by Renata Rusca Zargar Tue, January 17, 2017 12:41:45
Ho sempre pensato che sia nostro dovere morale partecipare a trasmissioni televisive anche di idee estremamente diverse dalle nostre per divulgare il nostro messaggio di pace e di conoscenza reciproca. L'articolo che segue de La Stampa esprime, però, ormai anche il mio punto di vista. L'ultima volta che ho partecipato a "Quinta colonna" volevano che mi mettessi il velo a tutti i costi. Dato che io non ho mai portato il velo in Italia se non all'interno della moschea, mi sono rifiutata perché non mi riconosco in una cosa che non faccio mai. Ormai erano in casa mia con le telecamere, quindi, hanno dovuto prendermi com'ero, altrimenti mi avrebbero rifiutata.
Cosa che hanno fatto ultimamente perché ho definito la trasmissione senza adeguato spazio per argomentare (ho detto un altro termine che non scriverò, anche se non è un insulto né una brutta parola). (Considerate che tutte le partecipazioni sono a titolo gratuito, caso mai qualche mente geniale -ce ne sono sul web!- pensasse che ci si arricchisce.)
(nota della blogger)

“Ci vogliono solo velate”, le giovani musulmane boicottano la tv italiana
Un fermo immagine della trasmissione “Piazzapulita” condotta da Corrado Formigli su La7

di karima moual LA STAMPA, 17-1-17

http://www.lastampa.it/2017/01/17/cultura/opinioni/editoriali/ci-vogliono-solo-velate-le-giovani-musulmane-boicottano-la-tv-italiana-PcfcbHYcdK5EIBT9vQw0yM/pagina.html

Nella trappola del grande schermo i giovani musulmani non ci vogliono più cadere. E’ una consapevolezza che si è fatta sempre più forte in questi ultimi anni e che con le seconde generazioni sta velocemente passando dalla protesta all’azione. Proprio in questi giorni girano sui social network - con una punta di orgoglio - gli screenshot della messaggistica tra giornalisti di programmi - diventati famosi più per andare giù pesante sulle questioni «islamiche» che per gli ascolti - e il rifiuto, soprattutto da parte delle giovani musulmane, a parteciparvi. Il motivo? Li considerano «teatrini» preparati ad hoc, per mettere in cattiva luce gli immigrati, l’islam e i musulmani.

Al via dunque il boicottaggio, come a dire: «Non nel mio nome». La frustrazione di questi giovani, musulmani e figli dell’immigrazione, che ancora non si sentono raccontati o rappresentati dal grande schermo italiano, è forte e non più disponibile al compromesso. Sara Ahmad, giovane musulmana, racconta sul suo profilo Facebook, con tanto di prova dello scambio di messaggi: «Ieri sono stata contattata dalla redazione di un noto programma televisivo. Prima di me sono state contattate tante altre ragazze e, fortunatamente, hanno rifiutato tutte la proposta della redazione. Di quale proposta così importante e ben retribuita si tratta?

«Una donna musulmana deve indossare il burqa (retaggio culturale afghano e non prescrizione islamica) e recitare la parte della musulmana che discute con il preside della scuola frequentata dai figli. Le solite cose insomma, le solite messe in scena per fare polemica, per creare più disinformazione e più astio tra le persone”.

Fatima El Allali risponde a una discussione sull’ennesimo format che ha mandato in pasto la comunità islamica ai peggiori istinti dell’odio: «Io mi meraviglio di alcuni musulmani che accettano di essere umiliati gratuitamente. Per favore state a casa vostra e non parlate di Islam e di musulmani, lasciate che siano le vostre azioni a parlare di voi». Shereen Mohammed, classe 1993, pubblica la messaggistica tra lei e una redattrice del programma «Quinta colonna», che la invita a partecipare come donna, musulmana e velata per parlare della sua scelta e delle difficoltà. Lei risponde, come se fosse stata in attesa da anni di quell’invito, sfogando tutto il dissenso e la frustrazione provati durante la visione delle puntate di quell’arena: «Purtroppo conosco la vostra trasmissione, credo che come tutte le ragazze che avete invitato questi giorni, rifiuterò anche io. Non sono disposta a farmi trattare da burattino in una trasmissione dove gli ospiti vengono buttati in pasto ai leoni (..) Inoltre non vedo questa necessità di ricorrere a stereotipi. Sì, sono musulmana, porto il velo per scelta, ma sono molto altro».

E’ infatti quel «molto altro» che manca nella tv italiana e che viene denunciato in discussioni pubbliche come una vera discriminazione. Un’altra ragazza musulmana racconta di essere stata chiamata da un noto programma di La7, che però aveva l’esigenza di avere un’ospite velata. Il fatto che la donna musulmana in questione fosse affermata nel lavoro ma non portasse il velo si è rivelato un problema.

A Shaimaa Fatihi, che invita i suoi numerosi fun su Fb a boicottare queste trasmissioni, è arrivata tra le altre la risposta di Fouad Roueiha: «È fondamentale non prestarsi a partecipare in qualità di punching ball o belle statuine alle trasmissioni televisive, perché far partecipare dei musulmani o degli “immigrati” (nel caso mio, un siriano) aumenta la credibilità e l’autorevolezza di una trasmissione che si occupi di tematiche connesse, anche se poi l’ospite non viene messo in grado di esprimersi o ha meno spazio della “controparte”. Dobbiamo allora vincere il narcisismo e la voglia di apparire e dire “no” a trasmissioni note per l’atteggiamento scorretto, lasciamo che parlino in maniera autoreferenziale piuttosto che accreditarli. Bisognerebbe lasciare che quella gente sia da sola a parlarsi addosso.».

Insomma, il nostro grande schermo con i suoi programmi e il suo palinsesto - ancora orfano di un racconto e di uno sguardo approfondito sul pluralismo etnico e religioso, che ha anche la cittadinanza italiana - inizia ad essere analizzato dai più giovani, che ne individuano la dinamica scorretta al punto da proporne il boicottaggio. Sarà dunque il caso di cambiare schema, inventarsi qualcosa di nuovo, o semplicemente, aprirsi a un vero dibattito con i musulmani, non contro di essi.



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