SENZA FINE - blog di Renata Rusca Zargar

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IL CONTO ALLA ROVESCIA E LA CLASSIFICA DEL NIGER di Padre Armanino

geografiaPosted by Renata Rusca Zargar Thu, May 25, 2017 19:26:29

Il conto alla rovescia e la classifica del Niger

E’spuntata lei, la Repubblica Centrafricana e ci ha soffiato il posto. Eravamo gli ultimi nella lista della classifica dello sviluppo umano. Il Niger è adesso al penultimo gradino della scalinata dei paesi del mondo. Occupiamo con una certa dignità il numero 187, e la RCA, ancora in preda alle guerra civile, si trova in fondo, al numero 188. Non ci si potrebbe attendere altro da questo paese. Una cinquantina di morti tra i civili in questi ultimi giorni dagli ex ribelli della Seleka e le armi che si vendono ai vari gruppi antagonisti perché la guerra non finisca mai. Cominciasssimo dal fondo, come sarebbe più logico fare, saremmo i primi della classe, una posizione poco invidiabile. Ci sono i paesi ad altissimo sviluppo, alto, moderato e debole. Immaginiamoci un momento di essere la noiosa Norvegia, seguita a ruota dall’Australia che deporta e abbandona i migranti nelle isole. La Svizzera che si finge neutrale e la Germania che detta le leggi dell’economia. La Danimarca e poi Singapore e l’Olanda che giocava il calcio totale senza mai vincere nulla. Sono i primi cominciando dall’altra parte, assieme all’Irlanda, l’Islanda, il Canada e gli Usa di Trump.

Meglio stare tra gli ultimi che arrivano prima. La speranza di vita in Niger si attesta ai 61 anni e poi dipende dal tempo. Al solito le donne hanno un paio d’anni di vita in più per occuparsi dei bambini e anche dei vecchi quando succede. La connessione NET è nel Paese sul due per cento e la popolazione urbana non arriva al venti per cento. La povertà e le disuguaglianze toccano specialmente le campagne con il deserto che avanza. Tagliamo alberi, facciamo legna e arrostiamo la carne di sera lungo le strade di Niamey. Sale il fumo che danza con sensualità nella polvere quando passano le macchine fuoristrada e i taxi numerati. Siamo intanto arrivati a 19 milioni e di questo passo raddoppieremo la popolazione tra 25 anni. Un bel problema verrebbe da dire, visto che ci sono le carestie ad eliminare i poveri. Qui siamo resistenti, ostinati e non ci lasciamo portar via il messia che arriverà impolverato per il viaggio tra i prossimi neonati. Ci hanno messi penultimi finchè non cominceremo il conto alla rovescia, un giorno.

Ci precedono i soliti noti dell’Africa classica dei fumetti e delle statistiche. L’Eritrea, prigione aperta che esporta giovani e coltiva la guerra per evitare la pace. La Sierra Leone che continua a fabbricare diamanti di color sangue e ne inventa uno di 706 carati. Una pietra preziosa che gli specialisti classificano tra le prime quindici più pregiate del mondo. Il Paese, invece, sprofonda al numero 180 della lista, in zona retrocessione non fosse per il Presidente che del diamante ha promesso una vendita trasparente. Nel frattempo custodisce la pietra nei forzieri della Banca Centrale del Paese. Il Mozambico in difficoltà e il Sudan del Sud che dall’indipendenza compra più armi che cibo per la popolazione allo stremo. La Guinea del minerale di ferro da esportazione, coi bambini migranti venduti in Marocco, il Burundi sull’orlo del baratro e il Burkina Faso che non riesce a completare la rivoluzione e si consola col Festival cinematografico premiando ‘Felicité, la felicità che verrà. Il Tchad che ha dilapidato il petrolio nella lotta contro il terrorismo e infine noi, nel Niger, cominciando il conto alla rovescia. Domandatelo ai migranti e vi risponderanno. Inseguono le frontiere dalla parte sbagiata e si trovano anch’essi in fondo alla lista. Producono ricchezza per gli altri e trasformano l’Agadez della storica moschea in un circo umanitario aperto al pubblico occidentale.

Per un mondo alla rovescia basta cominciare dal fondo. Gli ultimi arrivano dal mare appunto per cambiare la classifica.

Niamey, Mauro Armanino

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QUALCOSA DI GEOGRAFIA di Angela Fabbri, Ferrara

geografiaPosted by Renata Rusca Zargar Sun, May 21, 2017 10:30:35
QUALCOSA di GEOGRAFIA

Stanotte in TV, durante l’intermezzo comico della Littizzetto, ho sentito che la Geografia è sparita dalle scuole italiane.

Se ne fa proprio poca poca poca.
In un mondo che vuol chiamarsi GLOBALE.
E mi affaccio sul ricordo.

Quando, nel 1961, mio fratello Daniele (che frequentava il 1° anno del Liceo Scientifico) doveva improvvisamente fare una ricerca su 2 Paesi africani, nell’ambito del programma di Geografia previsto: PAESI EXTRAEUROPEI.
E qui cominciò la famosa ricerca del TOGO e del DAHOMEY.
Mamma, Papà, Daniele e io fummo promossi Esploratori, almeno sulla carta.
Togo e Dahomey, non ne avevamo mai sentito parlare.
Unica traccia: Paesi Africani.
Mia madre, maestra elementare e da sempre appassionata di Geografia, fu colpita nel vivo.

<< Sono rimasta indietro! E non me ne sono accorta. Bruno! (è il nome di suo marito, cioè mio padre) Dobbiamo assolutamente aggiornarci e comprare un Atlante nuovo! Sui miei non c’è traccia di quei 2 Paesi! >>

Il Papà Bruno, divenuto ragioniere lavorando di giorno e studiando alle Scuole Serali, che parlava perfettamente sia il dialetto ferrarese che l’italiano, ma che veniva periodicamente preso in giro dalla mamma per aver letto un solo libro “L’età preziosa” (libro di cui peraltro si disfò appena possibile regalandolo al figlio grande Daniele quando questi raggiunse l’età di 14 anni), insomma il Papà Bruno aprì la scarsella e sborsò per l’acquisto di un Nuovissimo Atlante (si capiva dal titolo che era davvero recente: Nuovissimo invece che ‘Novissimo’ come gli altri che giravano per casa) che venne scelto in formato portatile, ma spesso come un Vocabolario.

Io, che avevo 10 anni, guardavo da papà a mamma e poi al fratello Daniele, coinvolta come quarto in quell’affascinante partita di ping pong che aveva come premio la scoperta del TOGO e del DAHOMEY.
E in 4 presenziammo all’apertura del LIBRO.
La mamma sfogliò, sfogliò finché aprì la finestra sull’AFRICA. Un’Africa che davvero non avevamo mai visto. Tutta spezzettata in cento colori. Gli stati grossi non c’erano più, mentre c’erano tanti e tanti nuovi nati.
In quel frangente, 2 degli Esploratori furono lasciati a casa:
Io, che dell’Africa ricordavo solo l’Egitto e il grosso Congo Belga.
E mio padre, che andò a leggere i suoi Giornali di Economia e Finanza.

In cucina rimasero mia madre e mio fratello Daniele, occhi sgranati e maniche rimboccate, a stendere sul tavolo di marmo (al posto della sfoglia) le basi di quella ricerca su Paesi di cui, a Ferrara, nel 1961, non avevamo nemmeno sospettato l’esistenza.

E mia madre esclamò << Al lavoro! Adesso non sono più SPAESATA! >>. Era piena di voglia d’imparare. E la mia l’ho avuta da lei.

NdA

Ai giorni nostri:

Il TOGO è ancora il TOGO.

Il DAHOMEY è diventato il BENIN.

Lo so. Ho fatto una ricerca.

(Angela Fabbri, Ferrara, notte fra 14 e 15 maggio 2017)



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WWF ITALIA Emergenza Clima

geografiaPosted by Renata Rusca Zargar Thu, March 30, 2017 09:53:30

Clima: è emergenza!

Il 2016 è stato l'anno più caldo di sempre.

L'Artico si sta riscaldando ad una velocità due volte superiore rispetto al resto del Pianeta e circa il 50% della Calotta Artica si è ormai drammaticamente ridotta, compromettendo per sempre la presenza dei ghiacci nei mesi estivi nel mare Artico.
I cambiamenti climatici stanno sconvolgendo la nostra Terra, modificando equilibri idro-geologici fondamentali e l'Orso Polare è la prima specie destinata a svanire a causa del riscaldamento globale.

Ma è solo la punta dell'iceberg.

Sono circa 700 le specie che rischiano l'estinzione, compresa la nostra!

Il nostro futuro, la sopravvivenza del nostro pianeta dipende da quello che riusciremo a fare adesso: unisciti a noi e aiutaci a combattere l'emergenza clima!

http://wwfitalia.mno11.com/nl/link?c=9kcu&d=2o&h=33d3ah3gj35rt285hg60a6cjpp&i=64e&iw=1&n=11&p=H301835223&s=wv&sn=11



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Gli elefanti che nascono senza zanne per sopravvivere ai bracconieri

geografiaPosted by Renata Rusca Zargar Thu, March 09, 2017 17:39:19
Lo studio di Joyce Poole. Anni di caccia all’avorio stanno cambiando la popolazione femminile degli elefanti africani. Chi non le ha potrebbe avere più probabilità di sopravvivere alla caccia illegale diventando un vincente

di Silvia Morosi

http://www.corriere.it/animali/16_novembre_29/gli-elefanti-che-nascono-senza-zanne-africa-per-sopravvivere-bracconieri-371ef55a-b607-11e6-9fa1-de32925f0429.shtml


Sarebbe stato il bracconaggio a definire la linea evolutiva degli elefanti africani. A dirlo è lo studio compiuto, per più di 30 anni , da Joyce Poole, a capo di Elephant Voices. La ricercatrice ha studiato da vicino i grandi mammiferi nel parco naturale di Gorongosa in Mozambico. In un’intervista al quotidiano britannico The Times, ha detto di aver chiaramente visto una relazione tra l’intensità del bracconaggio e la percentuale di femmine nate senza zanne. Nel Parco, tra il 1977 e il 1992, durante la guerra civile, è stato ucciso il 90 per cento degli elefanti. Poiché i bracconieri hanno colpito gli esemplari con le zanne, quasi la metà delle femmine sotto i 35 anni non ha le zanne e, sebbene adesso qui il problema del bracconaggio sia piuttosto sotto controllo e la popolazione stia tornando a crescere, le madri passano il gene «senza zanne» alle figlie. Per questa ragione il 30 per cento delle femmine nate dalla fine della guerra non ha le zanne, fondamentali per procurarsi il cibo, scavare in cerca d’acqua, come mezzo di difesa e anche per l’accoppiamento. Gli esemplari maschi le usano per competere nella lotta per le femmine e chi non le ha può essere ferito molto gravemente.

L’uomo cambia il corso della storia dei grandi mammiferi

«Anche dopo vent’anni possiamo vedere come quel periodo abbia lasciato delle cicatrici molto profonde negli animali», ha spiegato Poole. La ricercatrice si è occupata di monitorare gli elefanti in modo da tenere sotto controllo gli sviluppi di questa specie. Il nuovo connotato è stato riscontrato anche nel vicino parco nazionale Addo Elephant dove il 98% degli elefanti femmina non hanno le lunghe corna d’avorio mentre gli altri esemplari hanno delle zanne molto più piccole rispetto alla generazione precedente. «C’è una forte pressione genetica per i maschi ad avere le zanne», continua Poole. L’uomo sembra aver, con la sua brutalità, cambiato il corso della storia dei grandi mammiferi africani.



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OVERSHOOT DAY

geografiaPosted by Renata Rusca Zargar Sat, August 06, 2016 11:19:15
OVERSHOOT DAY

8 luglio 2016, mancano ancora 145 giorni alla fine dell'anno e noi, come umanità, abbiamo già consumato tutto quello che la Terra riesce a produrre in un anno.


Ti sembra una storia di fantascienza?
Purtroppo non lo è.

Dal prossimo lunedì avremo immesso più anidride carbonica nell'atmosfera di quanta oceani e foreste siano in grado di assorbire e avremo depredato e saccheggiato zone di pesca e foreste più velocemente di quanto possano riprodursi e ricostituirsi.

Dal prossimo lunedì, chiederemo e sfrutteremo risorse che il nostro pianeta non sarà in grado di fornirci, ed è stato stimato che, per continuare a mantenere questi livelli di consumo mondiali, avremo bisogno di 1.6 pianeti come la Terra!

Non ci sono alternative, né altre possibili vie di fuga: per continuare a vivere, dobbiamo proteggere il nostro pianeta!

Overshoot day: cosa vuol dire?

Overshoot day indica in giorno in cui la domanda annuale dell'umanità di risorse naturali supera quelle che la Terra può produrre nell'intero anno.

Questo è possibile perché abbiamo emesso più diossido di carbonio nell'atmosfera di quello che gli oceani e e le foreste siano in grado di assorbire, e abbiamo pescato, deforestato e raccolto più in fretta di quanto gli ecosistemi siano in grado di riprodursi e continuare a crescere.

Le emissioni di carbonio sono il più fattore che più incide al raggiungimento di questo deficit ecologico, tanto da costituire il 60% del nostro impatto ecologico sul pianeta. Dal 1970, abbiamo più che duplicato le emissioni di carbonio nell'atmosfera!

Per questo, durante la COP21 di Parigi, più di 200 Paesi si sono dati l'obiettivo di ridurre gradualmente le emissioni di carbonio per arrivare a zero nel 2050. È l'unica strada possibile se vogliamo continuare a vivere sul nostro Pianeta.

Ciò ci richiede di trovare un nuovo modo di vivere sul nostro “unico” pianeta.
Fortunatamente, alcuni paesi stanno raccogliendo la sfida.

Per esempio, il Costa Rica ha generato il 97 % della sua elettricità da fonti rinnovabili nel corso dei primi tre mesi del 2016, ma anche in Europa ci sono esempi positivi, come Portogallo, Germania e Gran Bretagna che quest'anno sono stati capaci di soddisfare il 100% della loro domanda di energia elettrica attraverso fonti rinnovabili, anche se solo per diversi minuti o, come nel caso del Portogallo, per diversi giorni.

E l'Italia? Il nostro Paese è in forte deficit ecologico.
È stato calcolato che se la popolazione di tutto il mondo vivesse come i cittadini italiani sarebbero necessari 2,7 pianeti come la Terra, e per continuare a mantere questi livello di consumo avremmo bisogno di 4,3 Paesi grandi quanto l'Italia.
Overshoot trend
Per soddisfare i nostri bisogni di risorse ecologiche avremmo bisogno di 1,6 pianeti grandi quanto la Terra.
È dagli anni Settanta che abbiamo iniziato a consumare più risorse di quelle che la Terra riesce a fornirci durante l'anno.


I NUMERI DEL NOSTRO IMPATTO SULLA TERRA:
95% è stato l'aumento della popolazione mondiale dal 1970;
-52% in media di specie di vertebrati dal 1970
60% della nostra impronta ecologica è prodotta dal carbonio
1,6 i pianeti come la Terra necessari per mantenere questi livelli d consumo.

WWF
http://www.wwf.it/overshootday.cfm?utm_source=DEM&utm_medium=DEM_overshoot&utm_campaign=overshootday&utm_source=9171&utm_medium=e-mail&utm_term=&utm_content=&utm_campaign=Overshoot+day+%C3%A8+emergenza%21




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MAMMA A 72 ANNI IN INDIA

geografiaPosted by Renata Rusca Zargar Thu, May 12, 2016 10:12:55

India, partorisce un figlio a 70 anni Il marito: «Dio penserà a tutto»

Diventare mamma a 70 anni: è successo a una donna indiana della città di Amritsar, che dopo due anni di trattamenti, ha dato alla luce il suo primo figlio, Armaan (“desiderio”). Per realizzare il suo sogno, Daljinder Kaur si era sottoposta - assieme al marito di 79 anni - alla fecondazione in vitro in una clinica dello Stato settentrionale di Haryana. La coppia, sposata da 46 anni in un Paese dove la sterilità è considerata una maledizione di Dio, aveva abbandonato ogni speranza di avere un bambino. Ma dopo due anni il trattamento ha avuto successo; il bambino, nato il 19 aprile, pesava due chili ed era «in buona salute e pieno di energia», secondo quanto riferito dai medici. Ed è stato concepito con ovulo e sperma di Daljinder Kaur e di suo marito.

«Dio penserà a tutto»

Il neo papà, Mohinder Singh Gill, proprietario di un’azienda poco fuori Amritsar, ha assicurato di non essere preoccupato per il futuro: «Le persone ci chiedono cosa ne sarà del bambino quando saremo morti, ma sono sereno, Dio penserà a tutto», si è limitato a dire.

«Quando abbiamo visto in televisione una pubblicità della fecondazione in vitro, abbiamo pensato che avremmo potuto provare - ha aggiunto Daljinder, che è probabilmente la mamma più vecchia del mondo -. Il Signore ha ascoltato le nostre preghiere. Ora mi occupo solo del mio bambino e mio marito mi aiuta il più possibile. La mia vita è completa». L’età della donna è incerta (anche perché non risulta avere un certificato di nascita): secondo i media locali oscilla tra i 70 e i 72 anni. Ma l’interessata assicura di avere «sette anni meno di mio marito» (dunque sarebbero 72).

Le mamme più vecchie

Il dottor Anurag Bishnoi, del Centro nazionale infantile di fertilità e test in vitro, ha dichiarato: «La coppia è venuta da noi tre anni fa spiegando di non avere avuto figli nonostante i tanti anni di matrimonio». «I due primi tentativi sono falliti - ha aggiunto -. Ma Daljinder è rimasta incinta al terzo, realizzato lo scorso anno». Secondo il Libro dei Guinness, il primato di mamma più anziana apparteneva alla spagnola Maria del Carmen Bousada Lara che il 29 dicembre 2006 ha dato alla luce due gemelli a 66 anni di età. Ma media e sanitari indiani assicurano che negli anni scorsi altre donne indiane di circa 70 anni hanno avuto figli, sempre grazie ad un processo di fecondazione artificiale. Quel che è certo è che nel 2008 una 72enne dell’Uttar Pradesh aveva partorito due gemelli.



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UNA DONNA PREMIER in un paese islamico

geografiaPosted by Renata Rusca Zargar Wed, April 27, 2016 10:45:17

MEEBOOBA MUFTI
PREMIER DEL KASHMIR
IL RUOLO DELLE DONNE MUSULMANE

di Valeria Palumbo

24 aprile 2016

http://27esimaora.corriere.it/articolo/mehbooba-mufti-premier-del-kashmiril-ruolo-delle-leader-musulmane/?refresh_ce-cp

La prima premier donna del Kashmir, la seconda di uno Stato indiano: Mehbooba Mufti, 57 anni, presidente del Partito Democratico Popolare, ha giurato a inizio aprile come tredicesima prima ministra dello stato indiano di Jammu e Kashmir, che è a maggioranza musulmana. Ma soprattutto che è squassato da una feroce guerra civile, fomentata dai separatisti del Kashmir e alimentata dal Pakistan che possiede una parte del Kashmir.

È addirittura dal 1947, anno della Partition, che India e Pakistan non riescono a trovare un accordo: ogni tanto il conflitto riesplode.

Sino al febbraio scorso, lo Jammu e Kashmir è stato governato dall’alleanza tra il Pdp, guidato appunto da Mehbooba Mufti, e il partito nazionalista Bharatiya Janata Party (BJP).

A precedere Mehbooba, come unica donna premier musulmana (in un Paese che però ha posto le donne ai vertici molto prima di noi, basti pensare a Indira Gandhi), Syeda Anwar, che faceva parte del Partito del Congresso e divenne primo ministro dell’Assam nel 1980.

Mehbooba Mufti, 57 anni, eredita una situazione difficile, complicata dall’indebolimento dell’alleanza Pdp-Bjp, che era stata propiziata da suo padre, Mufti Mohammad Sayeed.

E qui arriviamo al punto: come già Indira e come gran parte delle politiche asiatiche, Mehbooba Mufti ha ereditato passione e carica politica dal padre (era la maggiore dei suoi quattro figli), morto di recente. Questo fa pure onore ai padri, ma ribadisce il concetto che l’appartenenza familiare continua a essere il primo canale di promozione politica delle donne in molti Paesi. Ciò non toglie che molte possano essere brave, e anche molto. E di sicuro Mehbooba non si è assunta un compito facile. Però ribadisce i limiti della cooptazione democratica e paritaria.

In compenso Mehbooba nega di essere stata discriminata in quanto donna. Dopo aver chiarito alla stampa di credere che il «genere non abbia nulla a che fare con le capacità di governo», ha dichiarato di non aver mai avvertito un giudizio differente, soprattutto da parte della gente comune. «La politica prevede competizione ma il genere non è un tema. Si viene giudicati per le proprie capacità amministrative non per il sesso». Infine ha affermato che è addirittura ingiusto inquadrare un primo ministro come uomo o come donna perché nel ruolo non c’è nulla che li differenzi o che una donna non possa fare.

E questo rivela che anche in un contesto musulmano (sia pure con una storia molto diversa da quella dei Paesi arabi) la condizione femminile sia molto più articolata e in movimento di quanto spesso riteniamo: Mehbooba Mufti è laureata in legge, ha lavorato in banca, è stata responsabile di una sede delle linee aeree East West e ha tirato su da sola le sue due figlie, oggi ventenni, dopo il suo divorzio. Dal 1989 ha cominciato a seguire il padre in politica e la sua prima campagna elettorale risale al 1996, quando il padre lanciò lei, sua madre e due cognati alla conquista dei seggi. Adesso non sono in pochi ad attenderla al varco: benché sia presidente del Pdp non ha alcuna esperienza di governo, né ha i legami con Delhi, ossia con il governo centrale, di suo padre. Però le si riconosce di avere avuto una sua politica e di aver guidato il partito a diventare la forza intermedia tra secessionisti e fedeli alla federazione indiana. Adesso è tutto suo il compito di portare un po’ di pace in un terra di inaspriti contrasti religiosi e politici.



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NOTIZIARIO DAL CARMEL DI BANGUI

geografiaPosted by Renata Rusca Zargar Thu, March 24, 2016 14:09:42

Notiziario dal Carmel di Bangui n° 15 – 22 Marzo 2016

Ciao!

Eccomi con qualche importante aggiornamento da Bangui. Tra pochi giorni – dopo tre anni di attesa – la Repubblica Centrafricana avrà ufficialmente un nuovo presidente, questa volta eletto dal popolo e non dopo un colpo di stato, nella persona di Faustin-Archange Touadéra. L’elezione è stata un po’ una sorpresa in quanto Touadéra non era tra i favoriti. Ex-primo ministro di Bozizé – il presidente destituito dal colpo di stato del marzo 2013 – 58 anni, di confessione protestante, decano dell’università di Bangui e professore di matematica… dovrebbe avere tutti i numeri per prendere in mano le sorti di un paese provato da anni di guerra e di malgoverno. Siamo quindi autorizzati a dire che la guerra è finita per davvero? Preferiamo dirlo ancora sottovoce perché un po’ di prudenza e di realismo sono d’obbligo; ma c’è sicuramente un’atmosfera diversa e un grande desiderio di voltare pagina, chiudere questo triste capitolo della storia del paese e ripartire su nuove basi. Alcuni fatti sono incontestabili. Da quasi quattro mesi a Bangui – a parte qualche episodio isolato e senza particolari conseguenze – non si spara più. La campagna elettorale – chiassosissima, coloratissima e divertentissima – e le elezioni (presidenziali e legislative con primo e secondo turno) si sono svolte senza grossi problemi o particolari incidenti. Se forse non sono state elezioni perfette, bisogna però considerare e apprezzare che sono state un passo importante e non scontato verso la normalizzazione del paese. Ma non ci facciamo illusioni: se la guerra è probabilmente finita, c’è però una battaglia importante da combattere contro la povertà e il sottosviluppo. Vi sono poi ancora alcune zone del paese dove l’autorità dello stato e le forze di pace faticano ancora ad imporsi. Inoltre, le minacce dei ribelli ugandesi del LRA, già attivi nella parte orientale del paese, come quelle di Boko Haram, attivi nel nord del Camerun, confinante con la parte nord-occidentale del Centrafrica, non sono da sottovalutare. C’è poi da vincere l’importante battaglia della riconciliazione tra cristiani e musulmani. Se devo essere sincero, mi sembra che sia molto di più ciò che è da costruire per la prima volta, rispetto a ciò che è da ricostruire perché distrutto dalla guerra. Questi brutti anni di sofferenza hanno rivelato i mali antichi del paese, i problemi sottovalutati, le negligenze colpevoli e le occasioni mancate. Ora non c’è che da mettersi al lavoro. Tutti, a cominciare soprattutto dai centrafricani più, che forse dovrebbero amare di più il loro paese, essere più esigenti nei confronti di chi li governa, smetterla di accusare gli altri, avere qualche ambizione e osare anche qualche sogno per un Centrafrica diverso. Ma anche il vostro aiuto e il vostro sostegno sono importanti. Ci avete seguito con passione e amicizia in questo notte di guerra… non abbandonateci in questa alba di pace che ci pare di intravedere all’orizzonte!

Non c’è dubbio che la visita di Papa Francesco a Bangui – il 29 e 30 Novembre 2015 – abbia notevolmente contribuito a questo cambio di rotta. Forse non è azzardato affermare che la visita del Papa – incerta fino all’ultimo – sia stata addirittura determinante. Ma andiamo con ordine…

In effetti, tra la fine di settembre e l’inizio di novembre, la città di Bangui è stata nuovamente colpita da una fiammata di violenza, soprattutto nella zona del Km5. Barricate sulle strade, spari, saccheggi, case bruciate, una chiesa distrutta, evasione di massa dalla prigione, decine di morti, feriti, coprifuoco e, ovviamente, un nuovo movimento di profughi in fuga dai quartieri colpiti dalle violenze verso la zona sud della capitale. Gli scontri non sono mai stati così vicini al Carmel e per diversi giorni gli elicotteri da combattimento hanno sorvolato sopra la nostra zona. Per alcune settimane ci è come sembrato di tornare alla casella di partenza. Se a fine agosto contavamo circa 2.000 profughi attorno al convento, in quei giorni il loro numero è rapidamente aumentato, giungendo – nella fase più acuta dei combattimenti e soprattutto durante la notte – a circa 7.000 persone, tra le quali anche qualche vecchia conoscenza e non pochi bambini che, fuggendo, avevano perso i loro genitori. Ovviamente siamo stati costretti a riaprire il grande cortile all’iinterno del convento e, per qualche notte, anche la chiesa per permettere ai nuovi arrivati di dormire in sicurezza. I ‘vecchi profughi’, che erano ancora rimasti al Carmel, hanno dapprima preso in giro i nuovi arrivati e fatto qualche difficoltà, ma poi l’accoglienza è stata calorosa: “Ve l’avevamo detto che la guerra non era finita! E voi pensavate che fossimo rimasti qui solo per il riso e per i fagioli della Croce Rossa. Non importa. Ci stringiamo un po’ e ci sarà spazio anche per voi”. Non sono mancate le corse all’ospedale per qualche ferito o malato grave e le mamme che hanno dato alla luce le loro creature in situazioni precarie. Una donna ha avuto giusto il tempo di partorire in quartiere e poi, a causa dei combattimenti, è subito scappata qui da noi con la sua bambina in braccio. Un'altra ha partorito durante l'adorazione eucaristica della domenica. Non ha fatto in tempo ad arrivare al cancello del convento e ha partorito distesa per terra, in una tenda. Il nostro postulante Aristide è accorso, quasi a cose fatte, con fra Jeannot-Marie che, senza neanche togliersi il santo abito, ha fatto da aiuto-ostetrico… Un’altra ancora è riuscita a camminare fino al cancello. L’abbiamo subito accompagnata nella sala del capitolo dove si è distesa per terra. Aristide ha avuto giusto il tempo d’indossare i guanti e un grembiule... e abbiamo sentito un bambino piangere. Eravamo tutti alla ricreazione dopo cena. Quando la bimba è stata presentata non sono mancati gli applausi e il padre priore ha proceduto alla benedizione di rito. Se la mamma fosse partita un minuto dopo, o il convento fosse stato 50 metri più in là, avrebbe partorito chissà dove e chissà come!

Quando la città era semideserta – e anche noi per giorni abbiamo evitato di uscire – c’è stata però una persona che ha avuto il coraggio di raggiungerci per ben due volte, sfidando, con il suo immancabile sorriso e la sua ostinata voglia di pace, le barricate dei ribelli, portando riso, olio, sardine per i nostri profughi. Questa persona è mons. Dieudonné Nzapalainga, il nostro infaticabile arcivescovo.

Superata la fase più acuta dei combattimenti ci siamo organizzati, con l’aiuto di diverse Ong, per venire in soccorso di questo nuovo afflusso di popolazione. Dapprima è stato installato un nuovo serbatoio di acqua, poi sono state fatte alcune distribuzioni di cibo, sapone, vestiario e zanzariere. Sono ripresi i controlli dei bambini malnutriti e le iniziative in favore delle persone anziane o vittime di violenze. In collaborazione con l’Ong Enfants sans frontières siamo stati poi ‘costretti’, in tempi record, ad aprire una scuola elementare di emergenza… senza sedie e senza banchi, ma almeno al riparo del sole e della pioggia. La scuola è ancora funzionante e conta ben 927 allievi!

Potete quindi ben immaginare come un po’ di apprensione per la venuta del Papa fosse più che giustificata. Ma per fortuna Papa Francesco – dopo aver dichiarato di essere disposto a raggiungerci anche con il paracadute e di temere più le zanzare che la Seleka – è riuscito finalmente a venire a Bangui e il programma previsto è stato perfettamente rispettato. Quando lo attendavamo in migliaia, assiepati nella Cattedrale in attesa dell’apertura della Porta Santa, temevo che Papa Francesco – pur di ricordarci che dobbiamo essere una Chiesa in uscita – sbucasse dalla sacrestia, aprisse le porte della cattedrale dall’interno verso l’esterno e ci facesse uscire tutti per le strade di Bangui fino al Km5. Ma il cerimoniale è stato rispettato, anche se con una piccola sorpresa che è anche una grande responsabilità: papa Francesco ha aperto la Porta Santa di Bangui dall’esterno verso l’interno e ha dichiarato che da quel momento Bangui sarebbe diventata la capitale spirituale del mondo. Ma le strade di Bangui Papa Francesco le ha percorse per davvero. E non ha temuto di attraversare – di fatto il primo a farlo, dopo l’ultima ondata di violenze e senza particolari misure di sicurezza – anche la temutissima zona del Km5 visitando la Moschea Centrale e incontrando i nostri fratelli musulmani. Questo e altri gesti, insieme ai diversi discorsi pronunciati nei due giorni trascorsi a Bangui, hanno di fatto segnato una svolta in questa brutta guerra nella quale il paese era caduto e dal quale non riusciva a rialzarsi. Ci vorrà del tempo per valutare correttamente le conseguenze di questa visita, ma qualcosa è sicuramente cambiato, qualcosa è iniziato e nessuno ha più voglia di tornare indietro.

Poi è arrivato Natale, ormai il terzo in compagnia dei nostri profughi. Per l’occasione abbiamo pensato di compiere un censimento da fare invidia a Cesare Augusto. Ci siamo quindi organizzati in modo che il censimento fosse fatto bene e in tempi rapidi. Una sera, a partire dalle 19.00 quando ormai tutti erano rientrati, ci siamo sparpagliati tra le tende del campo profughi. Ognuno di noi ha censito – persona per persona, indicando le dimensioni di ogni famiglia e il quartiere di origine – una delle dodici zone in cui è suddiviso il campo. È stata anche una bella occasione per stringere la mano a tutti i nostri ospiti. Quando è ormai notte, ad un giovane papà pongo la domanda di rito: “Quanti figli?” “Otto”, mi risponde con un sorriso e non poca fierezza. “Non è possibile!So mvene! Stai mentendo per avere più riso dalla Croce Rossa”. “Mbi tene mvene ape! Non mento! Se non ci crede, entri pure e verifichi. È una scuola materna”. Entro discretamente nella sua umile dimora e conto – su un solo letto e qualche stuoia – otto bambini e ragazzi, profondamente addormentati. “Mio padre ha avuto dieci figli ed io sono l’ultimo. Devo fare altrettanto”. Che dire? Paese che vai, usanze che trovi. A ciascuno le sue tradizioni, i suoi obiettivi e le sue unità di misura! Manca poco a mezzanotte e siamo tutti rientrati in convento. Il conto è presto fatto sommando i dati di ogni zona: nel nostro campo profughi abitano 5.031 persone. Dopo aver comunicato questo dato all’Alto Commissariato per i profughi scopriamo che il nostro è, per popolazione, il secondo campo profughi più grande dopo quello dell’aeroporto.

Anche questa volta, due giorni prima di Natale, la Provvidenza non ha mancato di sorprenderci. Una mamma molto buona si è presa a cuore i nostri bambini (ne ha messi al mondo cinque e quindi se ne intende) e ci ha fatto pervenire ben 1500 giocattoli in regalo per i tutti i nostri bambini: palloni, bambole, orsacchiotti, macchinine, pupazzi, giochi di società… Per una simpatica e curiosa coincidenza, questi doni per i più piccoli hanno viaggiato, sullo stesso aereo proveniente dalla Francia, insieme alle schede elettorali per i più grandi. Ma non è stato tutto. Tutti i nostri bambini – sempre grazie alla stessa persona – hanno ricevuto anche un grazioso libretto di preghiere tutto colorato e stampato apposta per loro. Siamo ormai capitale spirituale del mondo… noblesse oblige!

A questo punto sono sicuro che avete una domanda: “Ma se la guerra è finita, perché questa brava gente non se ne torna a casa? Non stanno forse approfittando della situazione?Questa gente non se ne andrà più…”. La domanda è legittima e ce la poniamo anche noi ogni giorno; la risposta è più complessa e richiede discernimento e molta pazienza. Ci siamo dati – fin dall’inizio – alcune semplici regole: accogliere chiunque stia fuggendo (a condizione che non sia armato), non cacciare nessuno, rispondere alle urgenze (nei limiti delle nostre capacità e degli aiuti ricevuti), non fare nulla che favorisca la formazione di un villaggio attorno al Convento. L’impressione di chi viene a visitarci è che ormai il villaggio ci sia già – e anche grande e ben organizzato! – e che le condizioni di vita dei nostri profughi non siano poi così diverse da quelle di chi vive nei quartieri. Occorre però tenere presenti alcune cose. Questa povera gente non è venuta al Carmel per una vacanza: molti di loro hanno effettivamente perso la propria casa perché distrutta, bruciata, saccheggiata o rimasta senza il tetto. E non hanno i mezzi per ricostruirla. Chi aveva i mezzi è già rientrato. Molti hanno anche tentato a rientrare nei quartieri, ma poi sono stati costretti a ritornare da noi a causa degli avvenimenti dello scorso autunno. Non è poi psicologicamente facile rientrare da dove si è fuggiti, soprattutto se si è stati testimoni di violenze. Ci auguriamo che, una volta insediato il nuovo presidente e il nuovo governo, si possano creare le condizioni per un effettivo ritorno dei profughi ad una vita normale nei quartieri di origine. Molte Ong hanno già in cantiere diverse iniziative per incoraggiare e favorire il ritorno al quartiere e l’abbandono del campo profughi. Vi terremo aggiornati.

Nel frattempo – e chissà quanto durerà questo frattempo! – la nostra vita conventuale continua al ritmo della vita del campo profughi. A volte le nostre giornate procedono abbastanza tranquille e quasi dimentichiamo che accanto a noi vivono 5.000 persone; altre volte la loro presenza si fa invece sentire e bisogna intervenire senza ritardi. Molti ci chiedono dove abbiamo trovato la forza e il senso di questo pezzo di strada percorso insieme a questa gente in fuga dalla guerra. Senza fare della retorica e offrirvi una risposta preconfezionata e clerically correct, penso che la forza e il senso di questa avventura si rinnovino ogni giorno quando, insieme, ci ritroviamo per pregare e – per dirla nel gergo carmelitano – facciamo orazione. Un carmelitano senza orazione sarebbe come Roma senza il Colosseo, Parigi senza la Torre Eiffel, il Centrafrica senza bambini. Ogni mattina all’alba e ogni sera al tramonto, la nostra comunità si raduna per pregare insieme, per un’ora e in silenzio. Anche nei momenti più duri della guerra – anche quando il silenzio era solcato dallo scoppio delle bombe o dalle raffiche dei kalashnikov – siamo quasi sempre riusciti ad essere fedeli a questo appuntamento. Anche i profughi sanno bene che, durante questi due momenti di preghiera, possono disturbarci solo per cose importanti: solo se c’è qualcuno che ha fretta di nascere o se per qualcun’altro è giunto il momento di morire.

Quando siamo in orazione i rumori del campo profughi giungono fino alla nostra chiesa: quasi un sottofondo a cui siamo ormai abituati, un brusio che non ci distrae e che non ci disturba affatto, ma anzi sostiene la nostra preghiera. Ogni sera, mentre preghiamo, c’è un bambino che percorre tutte le strade del campo, gridando: “Petrole! Petrole! Petrole!”. Questo bambino non ha trovato un giacimento di petrolio nel ricchissimo sottosuolo del Centrafrica, ma semplicemente vende cherosene per le lampade che i profughi accendono davanti alle loro case, trasformando il Carmel in un bellissimo presepe. Mentre prego, quasi attendo la sua voce e mi piace ascoltarlo. E mi viene sempre in mente la parabola delle dieci vergini, riportata al capitolo 25 del vangelo di Matteo. Cinque vergini furono sagge e si procurarono una provvista di olio con la quale alimentare le loro lampade in attesa dello sposo. Le altre cinque non furono altrettanto sagge e, nel cuore della notte, si trovarono senza olio. Le cinque sagge – a dire il vero un po’ poco generose e un po’ molto supponenti – si rifiutarono di aiutarle e si misero addirittura a prenderle in giro, esortandole ad andare al mercato. Ma era impossibile comprare dell’olio a quell’ora della notte. Qui al Carmel, invece, da ormai più di due anni, c’è olio per tutti e se ne trova a qualsiasi ora del giorno e della notte. Anzi: c’è addirittura chi viene a venderlo davanti alla porta di casa. Per i Padri della Chiesa non c’era dubbio: l’olio in questione sono le opere buone, la carità che non deve mai mancare, anche nelle notte più buia e nell’attesa più lunga, nella lampada della fede di ogni cristiano. Al Carmel siamo quindi fortunati: c’è olio in abbondanza per la nostra e la vostra carità. A qualsiasi ora del giorno e della notte. Lo Sposo è sempre tra noi. E grazie a voi e ai nostri profughi questa lampada non si è ancora spenta.

Un abbraccio e buona Pasqua!

Padre Federico, i fratelli del Carmel e tutti i nostri ospiti.

PS:

A Maggio sarò in Italia per due mesi. Spero di rivedervi.

Ecco qualche link interessante:

https://www.youtube.com/watch?v=znLJba_WJ8s&feature=youtu.be

https://youtu.be/x1n9JbCq4w4

https://youtu.be/n3FsA5y5m1o



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CALENDARIO VIVIVERDE 2016

geografiaPosted by Renata Rusca Zargar Fri, January 22, 2016 10:03:13
UN CALENDARIO DA LEGGERE (NE VALE LA PENA) E DA STAMPARE


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SETTE BUFALE SUL RISCALDAMENTO GLOBALE

geografiaPosted by Renata Rusca Zargar Sat, November 28, 2015 11:32:51


Sette bufale sul riscaldamento globale

Non esiste, dipende dal Sole, scienziati venduti... Le più comuni sciocchezze che potrebbe capitarvi di leggere sul tema del global warming, confutate una ad una.

da:
http://www.focus.it/cultura/curiosita/cop21-bufale-sul-riscaldamento-globale
L'anno 2012 ha segnato il record del minimo di estensione del ghiaccio artico. Peggio del 2007, ex-detentore dell'infausto primato, quando ancora si sperava che potesse esserci un recupero. Ma mentre i ghiacci nell'Artico diminuiscono di anno in anno, gli stati sono in combutta per accaparrarsi il controllo delle rotte di navigazione e di estrazione dei minerali nella regione


Sul tema del riscaldamento globale
circolano bufale e falsi scientifici che distorcono l'informazione sulla situazione del nostro habitat, la Terra. Per meglio inquadrare i temi in discussione alla conferenza sul clima di Parigi (COP 21), sgombriamo il campo dalle più comuni obiezioni degli "scettici dei cambiamenti climatici".

1. IL GLOBAL WARMING SI È FERMATO NEL 1998. DA ALLORA, LE TEMPERATURE SONO AUMENTATE DI POCO...

Questa argomentazione prende spunto da un report dell'Hadley Center (uno dei più autorevoli centri di ricerca inglesi sui cambiamenti climatici) che mostra un incremento della temperatura media terrestre di 0,02 °C per decade, dal 1998 al 2008.

Gli scettici sbandierano questi dati per sostenere che, in fondo, la temperatura del Pianeta non è poi cresciuta di così tanto negli ultimi anni. Ma il lavoro dell'Hadley Center non prendeva in considerazione l'Artico, dove le temperature sono aumentate in modo significativo nel periodo più recente della storia del clima. Il nostro secolo vanta anche il triste primato degli anni più caldi di sempre. Il 2014 è risultato l'anno più caldo dal 1850 ad oggi, e il 2015 è pronto a strappargli il primato.

2. IL GLOBAL WARMING È RICONDUCIBILE A VARIAZIONI DELL'ATTIVITÀ SOLARE.

Qualche minima variazione di temperatura di anno in anno può dipendere dall'attività solare (che segue cicli di 11 anni). Ma la quantità di energia liberata dal Sole varia solo dello 0,1%. Inoltre, come spiega Jean Jouzel, climatologo francese, vicepresidente del primo gruppo di lavoro dell'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, il principale gruppo di studio sui cambiamenti climatici), «se il Sole governasse il global warming, l'intera colonna atmosferica ne sarebbe affetta. Invece, si sta verificando un riscaldamento degli strati inferiori e un raffreddamento della stratosfera. Una prova del ruolo giocato dal peggioramento dell'effetto serra».

3. CI SONO MOLTE INCERTEZZE NEI MODELLI CHE DOVREBBERO DIMOSTRARE IL GLOBAL WARMING: I MODELLI CLIMATICI NON SONO SUFFICIENTEMENTE ACCURATI.

I modelli climatici sono previsioni, e come tali vanno presi: non sono perfetti. Tuttavia sono sviluppati e perfezionati da anni, e messi alla prova su fenomeni climatici del passato, sui quali hanno dimostrato di funzionare correttamente. Si presume che se sono in grado di spiegare fluttuazioni climatiche del passato, possano prevedere anche scenari climatici futuri.

La discrepanza tra previsioni e osservazioni è legata per lo più alle eruzioni vulcaniche e all'attività solare. Se si escludono questi eventi intermittenti ed estemporanei, gli sviluppi a lungo termine dei fenomeni climatici combaciano quasi perfettamente con le previsioni elaborate dai modelli climatici.

4. GLI SCIENZIATI DELL'IPCC SONO PAGATI DAI GOVERNI: C'È CONFLITTO DI INTERESSE.

Questa è un'obiezione che non si spiega, dati le politiche insufficienti intraprese finora per contenere le emissioni di gas serra e le realistiche aspettative, tenuto conto degli interessi economici e politici, che possiamo avere sulla COP21.

In ogni caso, gli esperti dell'IPCC non sono pagati affatto. Solo il 30% dell'organico del gruppo di lavoro intergovernativo è permanente; gli altri 831 membri (selezionati tra 3000 candidati) sono volontari che devono dedicare alle ricerche sul clima l'equivalente di 4-5 mesi, e a titolo gratuito. Per garantire una pluralità di punti di vista, i membri dell'IPCC sono spesso sostituiti: tra il quarto e il quinto rapporto, per esempio, è cambiato il 69% degli scienziati.

5. MOLTI EMINENTI SCIENZIATI SONO SCETTICI DEL RISCALDAMENTO GLOBALE. QUINDI, SUL TEMA C'È TUTTORA UN ACCESO DIBATTITO SCIENTIFICO IN CORSO.

Non c'è più alcun dibattito sulla realtà del global warming, almeno non all'interno della comunità scientifica. Per il 90% degli scienziati l'innalzamento delle temperature rappresenta un problema allarmante, e il 97% di loro attribuisce questo cambiamento alle attività umane.

6. IL GLOBAL WARMING È UN FENOMENO NATURALE: È GIÀ ACCADUTO IN PASSATO.

Il clima è una realtà complessa, condizionata da molte variabili: eruzioni vulcaniche, attività solare e correnti marine hanno importanti effetti su di esso, soprattutto nel breve-medio termine, e tavolta anche nel lungo periodo. Ma è la prima volta che le attività umane risultano il principale fattore responsabile dei cambiamenti climatici. Non era mai accaduto in passato.

7. IL GLOBAL WARMING HA ANCHE ASPETTI POSITIVI (AVREMO INVERNI PIÙ MITI!).

Un inverno mite può avere conseguenze positive nel breve termine - per esempio, per il minore consumo di combustibili fossili impiegati per il riscaldamento - ma chi gioisce per le calde giornate invernali non vede più in là del proprio naso.

Una successione di inverni troppo miti può nuocere alla qualità delle coltivazioni, perché riduce le falde freatiche e impoverisce i terreni. Le perenni primavere possono mettere in ginocchio interi ecosistemi, impoverendo la dieta di molte specie e favorendo la diffusione di malattie: il freddo infatti tiene a bada la diffusione degli insetti, principali veicoli di infezioni.

Secondo uno studio del World Wildlife Fund, i cuccioli di orso polare stanno rimpicciolendo. Il fatto sarebbe collegato all'accorciamento della stagione invernale, che porterebbe le femmine a partorire precocemente. Al diminuire dei ghiacci, inoltre, gli orsi polari potrebbero avere molte difficoltà a recuperare il cibo, arrivando addirittura a episodi di cannibalismo già osservati da alcuni studiosi. Non si tratta comunque degli unici animali in via di "restringimento": alcuni studi evolutivi suggeriscono che a causa del riscaldamento globale sarebbero molti gli animali (tra cui mammiferi, pesci, rettili, anfibi e insetti) che stanno riducendo le proprie dimensioni, per disperdere meno calore e nutrirsi meno. Un fenomeno recentissimo, che sembra essere legato proprio al riscaldamento globale.

Le api spariscono e con loro anche il miele. Le ragioni sono tante: inquinamento, insetticidi, diminuzione delle piante. Inoltre, inverni umidi ed estati molto piovose rendono difficilissima la loro sopravvivenza e le rende più soggette a malattie.

Con l'innalzamento del livello del mare, l'esistenza stessa delle isole Maldive è messa a repentaglio. Simile destino per Kiribati, in Oceania, dove vivono oltre cento mila persone.

Mai sentito parlare dell'acidificazione del mare? Gli oceani stanno assorbendo un quarto delle emissioni di CO2 del pianeta, con conseguente abbassamento del pH e ripercussioni sugli ecosistemi marini. In questo contesto, le barriere coralline in particolare sono messe a serio repentaglio.

Parlando di ambiente e di Amazzonia viene subito in mente la deforestazione. Ma c'è un altro nemico del polmone verde del mondo, ed è il riscaldamento globale. Nei prossimi cento anni l'85 per cento della foresta pluviale potrebbe morire se i governi del mondo intero non si renderanno conto della necessità di mettere in campo soluzioni efficaci che vadano al di là delle necessità dei mercati.



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LA SITUAZIONE DEL CENTRAFRICA: incontro con Paul Guinimanguini e Bolivie Wakam Toupi

geografiaPosted by Renata Rusca Zargar Mon, November 16, 2015 19:12:02

In Africa non si fabbricano armi ma ce ne sono dappertutto: parlano il segretario nazionale delle Scuole Cattoliche Associate Centrafricane e un giovane africano

Savona. Giovedì 12 novembre, presso la Città dei papi, Centro diocesano pastorale, a Savona, Paul Guinimanguimi, Segretario nazionale dell’ECAC (Scuole Cattoliche Associate Centrafricane) della Repubblica Centrafricana, ha fatto il punto sulla situazione generale del suo paese.

-La crisi attuale –ha spiegato- è la conseguenza delle crisi precedenti, a partire dall’imperatore Bokassa e dei vari colpi di stato. In queste numerose crisi, la popolazione ha sofferto molto la povertà, tante persone hanno dovuto lasciare la casa e il villaggio, sono scappati nella foresta e dormono per terra, i giovani non hanno futuro… Ognuno cerca solo di sopravvivere anche rubando e uccidendo, c’è violenza, morte, vendetta, tanto che, per avere un bene, è diventato normale usare le armi. Non è facile fermare tutto questo. Oggi tutto il mondo è tormentato dal male, dalla violenza, anche se ci sono molte persone che si dedicano alla pace e all’aiuto degli altri. Bisogna prendere coscienza che chi uccide sbaglia, e potrebbe, in seguito, essere lui stesso la vittima. L’educazione è il primo passo per la pace e lo sviluppo. Ma il 60-70% di bambini non vanno a scuola, anche perché non potevano uscire per strada a causa delle violenze. La scuola cattolica si è mobilitata per aiutare tutti i bambini ad andare a scuola.-

In Centro Africa, infatti, ci sono parecchi missionari cristiani e, da tempo, l’Associazione onlus “Savona nel cuore dell’Africa”, sostiene dei progetti soprattutto riguardanti la sanità e l’educazione in vari paesi, tra cui, appunto, la Repubblica Centrafricana (http://www.savonanelcuoredellafrica.org/realizzati.html)

All’incontro era presente anche Bolivie Wakam Toupi, un giovane studente, che ha mostrato sulla cartina geografica i sei stati dell’Africa centrale di cui la Repubblica Centrafricana è il più ricco di risorse ma con il livello di vita più misero. La riflessione da fare, come altrove nel mondo, è chiedersi chi sia dietro tutto questo. Chi ha interesse a tenere un paese ricco in una situazione di totale instabilità? Tra l’altro, non c’è nessun luogo in Africa dove vengano fabbricate delle armi. Eppure, ci sono armi (e guerre, lotte, violenze) dappertutto. Chi le fornisce?

–Noi giovani africani, – sostiene Bolivie- che abbiamo avuto la fortuna di studiare in Europa, America, Cina, dobbiamo fare una rivoluzione pacifica. Dobbiamo tornare al nostro paese e puntare sull’economia. In Africa c’è la possibilità di praticare l’agricoltura, c’è la terra e, per il clima, si possono avere tre raccolti all’anno.-

Bolivie collabora con l’ingegner Giampiero Suetta che fornisce e installa, da tempo, in Africa, centrali di pannelli solari che servono a far funzionare le strutture mediche oltre che a reperire l’acqua.

Qui, a Savona, il giovane è sempre disponibile ad andare a parlare nelle scuole con gli studenti: ascoltare le sue speranze e i suoi sogni può dare speranza e sogni anche ai nostri ragazzi. Per invitarlo, basta chiamare Patrizia Cattaneo, responsabile scuola di “Savona nel cuore dell’Africa”, cell. 3492637328.



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PROPAGANDA ELETTORALE IN INDIA

geografiaPosted by Renata Rusca Zargar Sat, February 14, 2015 11:22:27
In occasione delle ultime elezioni a Delhi, molta propaganda elettorale è stata fatta in vari luoghi pubblici come supermercati, vie commerciali, ecc. anche nel modo che si può vedere nel filmato (danze con slogan cantati) che ha richiamato simpaticamente molta gente.

https://www.youtube.com/watch?v=pwT41YrvayU&feature=em-share_video_user

Il partito chiamato dell'Uomo Comune ha vinto 67 seggi su 70.
Il BJP, che aveva stravinto da pochi mesi le elezioni nazionali, ha preso 3 seggi, il Congresso (partito di Sonia Gandhi), che aveva governato per molti anni, è stato dimenticato dalla gente.

Forse, riflettere sulla "società liquida" in India, può aiutarci a comprendere la stessa in Europa e a comprendere i tempi moderni della politica.


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I PAESI POVERI SONO DIMENTICATI ANCHE DALLE CARTE GEOGRAFICHE

geografiaPosted by Renata Rusca Zargar Wed, December 24, 2014 10:21:27

Missing Map Project: i Paesi poveri sono ignorati anche dalle carte geografiche

di Francesca Consogno


Secondo un rapporto stilato dalla BBC, sembra che la maggior parte di luoghi nel mondo non compaia sulle carte geografiche, specialmente per quel che riguarda i paesi dell’Africa, si stima che le città mancanti siano addirittura sopra al milione di abitanti. Osservando le immagini relative al centro della città di Monrovia, in Liberia, si nota la presenza di strade, piazze ed edifici principali, ma nulla di più.
In parte, si tratta di un progetto già esistente, che prende spunto sia dal sistema di mappatura usato da Google Maps, impossibile però da implementare in quanto progetto privato di Google, ma, più nello specifico alla precedente esperienza di Openstreetmap, con la differenza che mentre quest’ultimo opera a seguito della crisi, Missing Map si propone l’obiettivo di mappare i territori prima dello scoppio di un qualche tipo di emergenza.

Questa necessità è stata evidenziata da Ivan Gayton, di Medici senza Frontiere, il quale coordinava una squadra di aiuti ad Haiti per fronteggiare l’epidemia di colera, quando ricevette la telefonata di una suora che chiedeva aiuto per curare la terribile malattia che aveva colpito il remoto villaggio nel mezzo della foresta haitiana. I soccorsi sono arrivati tardi. Non esistevano mappe del villaggio, solo indicazioni approssimative fornite dalla suora a Gayton, il quale ha sbagliato strada più volte prima di raggiungere il posto esatto. Al loro arrivo, gli abitanti erano tutti morti.

L’episodio ha colpito profondamente l’equipe di Medici senza Frontiere, che da quel momento ha iniziato a elaborare progetti di mappature online, in collaborazione con Humanitarian Openstreetmap.

Il tifone delle Filippine del novembre 2013 è stato l’evento che sancisce la nascita del progetto Missing Map, da quel momento, la Croce Rossa britannica e americana, Msf e Hot hanno unito le loro forze sotto un unico obiettivo: nei prossimi due anni, inserire mappature di 20 milioni di persone. Il metodo è molto semplice, costruito in Crowdsourcing data, sono gli stessi abitanti di un territorio a fornire la mappa esatta. Il satellite scatta la foto precisa della porzione di territorio da mappare, la quale verrà inserita del database del sito, al quale tutti hanno il diritto (e il dovere) di accedervi modificando i dettagli significativi e dando vita alla carta, costruendo strade, fiumi, laghi e quant’altro.

Subentra, inevitabilmente, il problema etico legato a questo tipo di progetto, con un intento nobile: la questione delle minoranze, non più tutelate dopo l’introduzione di Missing Map. Gli ideatori del progetto ammettono l’esistenza di questo problema e l’importanza di non sottovalutarlo, affermando che il software può essere utilizzato sia durante emergenze, crisi umanitarie o epidemie, ma allo stesso tempo per prevenire conflitti interni e criminalità.

La questione etica permane, dare la possibilità a 7 miliardi di persone di accedere a questo database potrebbe avere ricadute negative su una fetta della popolazione, resta il fatto che stiamo assistendo ad una vera e propria rivoluzione nella cartografia. Il motivo per cui è importante scegliere questo strumento ce lo spiega Andrew Braye, Gis Team Facilitator della Croce Rossa britannica, “il crowdsourced data non deve essere scelto perché è economico, deve essere scelto perché è migliore”.

21 dicembre 2014

http://www.articolo21.org/2014/12/missing-map-project-i-paesi-poveri-sono-ignorati-anche-dalle-carte-geografiche/



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L'INDIA VERSO MARTE

geografiaPosted by Renata Rusca Zargar Sun, November 23, 2014 13:12:54

La sonda si chiama Mangalyaan, cioè 'veicolo per Marte', ed è stata lanciata dalla base di Satish Dhawan, nell'isola di Sriharikota, lungo la costa sud-orientale dell'India. L'ha portata in orbita un razzo Plsv (Polar Satellite Launch Vehicle), potenziato in modo da portare la sonda nella posizione ideale per affrontare il lungo viaggio, che prevede un percorso di 780 milioni di chilometri.
L’Indian Space Research Organization (Isro) di Peenya, vicino al polo hi-tech di Bangalore, il 24 settembre, ha dato l’ultima modifica alla rotta del satellite Mangalyaam e i propulsori sono ripartiti.
La missione spaziale indiana promuove il paese tra la ristretta élite di potenze mondiali in grado di raggiungere Marte, in compagnia di Usa (la cui sonda Maven è entrata nell’orbita di Marte il 22 settembre scorso), Ue ed ex Urss.
L’India di fatto diventa la prima nazione asiatica a riuscire nell’impresa, davanti alla superpotenza cinese che nel novembre 2011 ha visto naufragare il suo sogno marziano con il fallimento della missione russa Fobos-Grunt, che avrebbe dovuto rilasciare nell'orbita del pianeta rosso la sonda cinese Yinghuo-1.
Uno smacco considerevole per Pechino e una prima significativa medaglia che il nuovo premier Narendra Modi può ora appuntarsi al petto, davanti alla comunità internazionale. Nonostante la missione fosse stata pianificata e lanciata durante la precedente amministrazione dell’Indian National Congress, è l’attuale governo del Bharatiya Janata Party a passare alla Storia aerospaziale della Repubblica Indiana.


Per l'Agenzia spaziale indiana, la Isro (Indian Space Research Organization), dunque, è stato un ''momento storico'', come lo ha definito il presidente, K. Radhakrishnan. Il razzo è stato modificato in modo da poter raggiungere Marte riducendo al massimo i consumi di energia. Nell'orbita terrestre la sonda ha acceso i motori per sei volte in modo da immettersi sulla traiettoria che la porta su Marte. Il viaggio effettivo inizia a fine novembre. Ad assistere l'Agenzia spaziale indiana in questa prima fase delicata sono gli esperti del Jet Propulsion Laboratory (Jpl) della Nasa.

La sonda Mangalyaan è stata ottenuta modificando il veicolo alla base di un altro grande successo spaziale indiano: la sonda Chandrayaan 1 lanciata nel 2008 e diventata celebre per aver individuato ghiaccio d'acqua sulla Luna. A bordo ci sono cinque strumenti per studiare superficie e atmosfera marziane. Uno di questi è un rivelatore di metano, spia dell'attività geologica ma anche di eventuali forme di vita. Uno spettrometro aiuterà invece a studiare la composizione dei minerali marziani.

Quando arriverà a destinazione, il Mars Orbiter troverà l'orbita di Marte 'affollata': quasi contemporaneamente arriverà la missione della Nasa Maven (Mars Atmosphere and Volatile Evolution). In orbita ci saranno anche la missione europea Mars Express e le americane Mro (Mars Reconnaissance Orbiter) e Mars Odyssey.

Modi, nel messaggio alla nazione giunto a pochi minuto dall’annuncio del “Mission Accomplished”, ha inserito il successo in una cornice, giustamente, di eccezionalità. “Oggi si è fatta la Storia, abbiamo osato affacciarci verso l’ignoto. L’India ha scritto la Storia, abbiamo raggiunto un risultato quasi impossibile. I numeri giocavano contro di noi: delle 51 missioni su Marte tentate nel mondo, solo 21 sono andate a buon fine. Ma noi abbiamo prevalso” ha dichiarato il premier Modi complimentandosi con gli scienziati dell’Isro. Ma è un altro il passaggio davvero significativo, la stilettata di soft power alla quale Modi non poteva rinunciare: “I nostri scienziati ci sono riusciti ad un costo inferiore di alcuni film di Hollywood. [Mangalyaan] è stato costruito qui, in uno sforzo pan-indiano da Bangalore a Bhubhaneshwar, da Faridabad a Rajkot”.
Il riferimento è alle caratteristiche “low cost” dell’intera missione, progettata e realizzata interamente in India. La produzione di componenti, l’assemblamento del satellite, i software e tutti gli strumenti di comando sono interamente “made in India”. E sono costati “solo” 71 milioni di dollari, una cifra irrisoria nel panorama aerospaziale mondiale, considerando che un’analoga missione portata avanti dagli Usa (col satellite Maven appunto) è costata 485 milioni di dollari. Ma il paragone più ficcante, sulla stampa indiana, è stato fatto col film Gravity, film con George Clooney e Sandra Bullock, che racconta le (dis)avventure spaziali di due astronauti e che ha vinto sette Oscar. La pellicola è costata 100 milioni di dollari e l’India, con 30 milioni di dollari in meno, su Marte ci è andata per davvero. E ci è riuscita al primo tentativo, record mondiale.



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FOTOVOLTAICO IN INDIA

geografiaPosted by Renata Rusca Zargar Wed, July 16, 2014 07:59:21

Eletto solo da pochi mesi, il nuovo capo del Governo indiano continua a far parlare di sé proponendo piani energetici davvero ambiziosi. Dopo l’annuncio del progetto per le mega fattorie solari annunciato la scorsa settimana il neo Primo Ministro ha nuovamente annunciato di voler dare una ulteriore spinta allo sviluppo delle tecnologie solari aumentando anche le tasse sul carbone, in modo così da scoraggiarne l’utilizzo.

Il ministro delle Finanze Arun Jaitley ha confermato i cinque miliardi di rupie (93 miliardi di dollari) di finanziamento per procedere allo sviluppo delle quattro mega fattorie solari in Rajasthan, Gujarat, Tamil Nadu, e in Ladakh Jammu e Kashmir. Ma per scongiurare i continui black out il paese ha soprattutto bisogno di adeguare le reti di trasmissione ad accogliere la nuova potenza generata ed è proprio per questo che è stato anche annunciato il piano da 250 milioni di dollari per nuovi progetti energetici e per il rinnovamento delle infrastrutture, in modo da garantire anche nelle aree più remote la fornitura di energia elettrica. Accanto all’energia il governo vuole però concedere agli agricoltori la possibilità di migliorare la propria condizione economica annunciando un fondo da 4 miliardi di rupie che verrà impiegato per portare nelle campagne 100mila pompe solari per l’irrigazione.

Ma il piano energetico indiano non si ferma qui. Il governo vuole infatti provvedere anche a tagliare i dazi sui produttori di energia solare, sviluppatori di turbine eoliche, e produttori di biogas insieme al sostegno della propria industria nazionale clean tech. “Le energie nuove e rinnovabili meritano una priorità molto alta”, ha detto il ministro Jaitley ricordando anche l’impegno del governo in favore degli agricoltori che potrebbero essere colpiti da eventi meteo catastrofici dannosi per le coltivazioni. Il fondo per il clima, ha specificato il ministro, avrà un valore di 18,5 milioni di dollari concludendo “Il cambiamento climatico è una realtà che tutti noi dobbiamo affrontare insieme. L’agricoltura come attività è più incline ai capricci del cambiamento climatico. Per affrontare questa sfida, mi propongo di istituire un Fondo nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici.”





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